10 anni di Land Art al Furlo: il futuro è in mano ai giovani artisti

L’arte in dialogo con la natura: il concetto di Land Art, nato alla fine degli anni 60 negli Stati Uniti, ha, come denominatore, la piena libertà di espressione in uno spazio naturale, fino alla fusione totale delle opere che, come lo spazio circostante, subiscono i mutamenti del tempo. Dieci anni fa, coraggiosamente, Andreina De Tomassi e Antonio Sorace, hanno deciso di trasformare l’antica casa degli operai che avevano costruito la diga del Furlo a Sant’Anna (oggi Casa degli Artisti) e il parco circostante in un museo permanente di Land Art. Da allora, 400 artisti e migliaia di visitatori, hanno potuto nutrirsi di un percorso tra arte e natura unico ed emozionante. “Unodiecicento” è il tema di questa X edizione che si inaugura sabato 31 agosto, alle 15,30, con 3 nuove opere monumentali nel parco e una mostra all’interno della Casa degli Artisti.

Andreina, avreste mai pensato di raggiungere questo risultato?

«Una delle nostre ex curatrici, Alice Devecchi, ha definito la Casa degli Artisti un’opera collettiva. Credo sia proprio questo il punto principale: ciò che abbiamo costruito non è solo opera nostra, ma appartiene a tutti e pezzettini della nostra Casa sono in giro in tutto il mondo. Definizioni come questa ci fanno capire il valore di tutto ciò, perché visto dall’esterno è davvero un grande risultato e ne siamo felici».

Unodiecicento: quale il significato?

«Uno è la Land Art, 10 la durata e 100 gli anni della Casa. Il paesaggio, la casa e gli operai che l’hanno abitata: sono loro che ci hanno dato l’idea e la suggestione di stare tutti insieme, in uno spirito di totale condivisione. Noi ci siamo messi al loro servizio».

Cosa ricorda dei primi anni?

«Il primo anno arrivò un nostro carissimo amico dalla Sicilia, Antonio Presti: la sua è la Land Art più grande d’Europa, “Fiumara d’arte”. Antonio arrivò con il suo carico di umanità e purezza e raccontò della sua esperienza, anche riportata nelle scuole, e ricordo che commosse tutti. “Dobbiamo darci alla bellezza”: potrebbe sembrare banale e “marziano” oggi, ma credo sia importante, capirne il senso. E anche noi iniziammo un lavoro con le scuole».

Con Antonio Sorace siete riusciti a dar voce all’arte: 400 artisti e migliaia di visitatori

«Abbiamo lavorato sodo anche divertendoci: tutto il percorso sarà nel catalogo, di 480 pagine. Resti quasi incredulo nella ricostruzione di questi 10 anni a ritroso. Siamo due a cui non interessa il passato e abbiamo il vizio di guardare al futuro: ricostruire tutto, rivedere opere che sono ormai scomparse, fa un certo effetto. Siamo riusciti a penetrare anche il mondo un po’ sospettoso e diffidente del marchigiano della porta accanto: venivano persone da tutto il mondo, ma mai da qui vicino. Invece ora l’interesse c’è anche da qui.

Quali sono gli obiettivi dei prossimi 10 anni?

«Il nostro sogno sarebbe di diventare una Fondazione, perché vorrei che tutto questo non andasse perduto, che non morisse, ma ci vogliono molti soldi. La nostra speranza sono i giovani: Carlotta e Marco, due ragazzi di 30 anni, sono arrivati da Treviso e si sono messi a darci una mano, restaurando una delle opere del 2010, il Labirinto. Sembra una canzone di Lucio Dalla, ma io dedico a loro il nostro futuro, a Carlotta e Marco…».

 

 

 

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