Alessandro Quarta: il violino come un pennello per dipingere emozioni

Alessandro Quarta, il più classico dei violinisti rock e il più rock dei violinisti classici sarà sul palco del Teatro Rossini di Pesaro, nell’ambito della Stagione Concertistica dell’Ente Concerti, sabato 21 dicembre alle ore 21. Dopo la sua apparizione con Roberto Bolle su Rai Uno, oltre cinque milioni di spettatori hanno potuto apprezzare uno dei più famosi violinisti al mondo, che vanta collaborazioni sia con grandissimi direttori d’orchestra, che con artisti pop rock della scena italiana e internazionale. Il programma della serata spazia dalle pagine più belle e famose del barocco alle brillanti e virtuosistiche trascrizioni dalla celebre Carmen di Bizet, fino a significative espressioni della musica del ‘900.

Come è nata la sua passione per il violino?

«Avevo 3 anni e ascoltavo i miei fratelli più grandi suonare  il violino: così prendevo il mattarello della pasta, mi nascondevo dietro la porta della cucina e facevo finta di suonare. Appena venivo scoperto però, mi vergognavo da matti e nascondevo subito il mattarello dietro la schiena. Fu così che i miei decisero che avrei potuto anche io iniziare a studiare davvero».

Il violino viene comunemente associato alla musica classica, lei ha intrapreso un percorso differente…

«Il mio è un percorso a 360 gradi: innanzi tutto la musica non la definisco né classica, né pop, né leggera. Preferisco usare le stesse parole di Bernestein che, dopo aver scritto West Side Story disse “esiste solo musica bella e musica brutta”. È curioso però come spesso si usino nomi o cognomi per la musica pop (Santana, Queen, Pink Floyd), mentre Beethoven, Mozart o Bach sono solo definiti “musica classica”. È questo secondo me che taglia fuori molti giovani, compreso il fatto che ad un concerto di musica classica si debba per forza andare eleganti: poi è normale che si pensi che la musica classica sia noiosa, no?».

Senza parlare del violino…

«Ecco, poi il violino viene associato a 3 situazioni: le persone che chiedono l’elemosina, i matrimoni, o come “accompagnamento finale” della musica pop.

Cosa è il violino per lei?

«Io non mi definisco un musicista, preferisco  essere definito un pittore perché  mio violino è per me è un pennello, i colori sono le emozioni che ho dentro e la tela è l’aria dove mi piace dipingere, brano dopo brano, le varie situazioni che provo. Nella musica, a differenza delle altre arti, non puoi vedere o toccare qualcosa di reale: si vive la percezione dei sentimenti, senza usare il tatto né la vista. Quando suono o scrivo, interpreto sempre un’emozione, un’immagine che ho dentro che cerco di riportare al pubblico: è difficilissimo, ma è una sfida che mi piace da morire».

Come fare appassionare i giovani allo studio del violino?

«Facendo passare un messaggio importante: la musica non è un gioco. Userei le parole di Sant’Agostino: “ama e fai ciò che vuoi, spaccati di sacrifici perché senza questi non si arriva da nessuna parte”. Non bisognerebbe usare mai la parola “lavoro” quando si fa ciò che ci piace fare. Bisogna sempre avere il coraggio di essere sé stessi: essere artisti significa questo».

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