Amir Issaa a Pesaro: dalla breakdance al rap

Venerdì 10 maggio alla Chiesa dell’Annunziata di Pesaro, Playlist propone la prima delle due serate Hip Hop Tales dal titolo Seconde e terze generazioni, in collaborazione con Periferica. In scena Amir Issaa, oggi quarantenne, nato da padre egiziano e da madre italiana a Roma, influente voce dell’hip-hop italiano, nel gruppo dei tredici musicisti nati o cresciuti in Italia, con un po’ di sangue africano nelle vene. Amir, fin da giovanissimo, sceglie la strada del riscatto, della costruzione, della rivalsa, della musica, quando quella della violenza e della criminalità poteva essere la più scontata: imbraccia prima lo skate e poi lo spray e afferma la sua identità attraverso il writing, i graffiti, la breakdance, per arrivare infine al rap impegnato di cui oggi è uno dei principali protagonisti della scena italiana.

Hai iniziato giovanissimo con l’Hip Hop a soli 12 anni?

«”rappare” significava raccontare e io mi vergognavo della mia situazione, così, con l’hip hop avevo una via alternativa, dove non dovevo spiegare niente. Nell’hip hop devi vincere con il tuo stile, devi dimostrare la tua bravura e non quanti soldi hai o la tua religione o estrazione sociale, cose che nella Società ti fanno giudicare dagli altri. Nell’hip hop tutti sono uguali, accumunati da una passione: emergi se sei bravo a danzare, a dipingere ed è sicuramente meglio che andare a sfogarsi con la violenza negli stadi. La positività di questa disciplina mi ha poi portato a sperimentare arte e musica, fino a scrivere un libro».

Poi il collettivo leggendario Rome Zoo?

«Allora c’era una gavetta da fare: oggi, grazie ai social, i ragazzi possono registrare un disco dalla propria cameretta. Questo ha cambiato molto il rap: prima funzionava su esperienze vere e reali di scambio umano, oggi hanno l’ossessione, il bisogno di avere subito un riscontro».

E questa non è una cosa positiva…

«No, la maggioranza oggi vede il rap come un mezzo per fare i soldi: iniziano a farlo per business e tralasciano la parte del divertimento. Non mi sento di giudicare le nuove generazioni, ma è molto cambiata la Società intorno a questo genere musicale. I nostri circuiti erano feste o centri sociali, oggi chi fa questa musica si accontenta del palco virtuale. Manca anche un po’ di curiosità e il contatto umano. Io leggevo anche tanti libri…»

E uno lo hai fatto tu poi, “Vivo per questo”?

«E la risposta è stata positiva, sia in Italia che negli Stati Uniti, dove è diventato un libro di narrativa. Ora vado nelle scuole e collaboro con le fondazioni. Nel rap devi sintetizzare, per questioni di ritmo, nel libro ho potuto raccontare la mia storia. Fa parte della mia evoluzione: oggi non me la sento di competere con i giovani rapper, è il loro momento e anche lo strumento comunicativo è diverso, la trap. Codici diversi anche stilistici».

Siamo in un periodo difficile, se guardiamo quello che è successo a Sanremo..

«L’Italia è un paese che deve fare un salto in avanti sull’estetica di essere italiano: i nostri ragazzi vanno a scuola con ragazzi stranieri e forse per loro è più facile, ma le persone più grandi devono riconoscere come italiani anche persone di diverso colore o lineamenti, come in tanti altri paesi dove da anni è normale tutto questo. Qualche anno fa una studentessa americana venne trattata malissimo solo perché aveva la pelle nera e ritornò negli Stati Uniti raccontando la pessima esperienza. Credo che non sia un bene per il nostro Paese…».

Cosa ascolteremo nel concerto di Pesaro?

«Visto che l’evento si chiama ius music ho selezionato alcuni dei miei brani classici che ripercorrono la mia storia: temi sociali, diritti di inclusione, per far riflettere i ragazzi sul potere che ha la musica rap, come sfruttare questo potentissimo mezzo per tanti scopi positivi».

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