Ascanio Celestini e il suo Pueblo a Cagli

Ascanio Celestini e il suo Pueblo per la prima volta al Comunale di Cagli, questa sera (giovedì 14 marzo) alle ore 21, sul palco con Celestini, Gianluca Casadei alla fisarmonica.

Pueblo, è il secondo segmento di una trilogia iniziata con Laika, per una potente e profonda analisi della condizione umana di oggi: una trilogia dedicata a personaggi che vivono ai margini, nella periferia metropolitana, dimenticata desolata e sofferente. Ideale continuazione di Laika, Pueblo rivive negli stessi luoghi: il bar, dove tutto accade, il supermercato, luogo della fatica, il marciapiede, la fabbrica, la periferia, intesa come margine del mondo, ma anche isola dove l’umanità è più forte, più viva e più visibile proprio perché nessuno guarda.

Forse oggi è ancora più importante occuparsi di un teatro che mette in scena gli ultimi?

«Non è solo questione di occuparsi degli ultimi, alle volte ci sono anche i penultimi, i terzultimi: sono quelli che sono rimasti un po’ indietro rispetto ai parametri del capitalismo, che è l’ideologia nella quale viviamo il punto di vista. E, dato questo punto di vista, non è tanto una responsabilità ma un’opportunità prendersi cura dei nostri vicini di casa. Certe volte sono neri, barboni, disgraziati, ma alle volte siamo proprio noi i vicini di casa di cui prendersi cura».

C’è sempre meno attenzione per chi ne ha più bisogno?

«Siamo noi che abbiamo bisogno di prenderci cura di noi, siamo noi questi altri dei quali parliamo. Mio figlio ha 12 anni e sta studiando che in Europa, dalla fine della seconda guerra mondiale, non ci sono state più guerre: noi abbiamo costruito questa Europa e non è una cosa da poco. Noi viviamo in un continente dove non ci sono guerre: vallo a raccontare a chi vive in Africa, in Asia…».

Dopo Laika e Pueblo, si sta concretizzando la terza fase del progetto?

«La terza parte si dovrebbe chiamare “I draghi”, ma per ora né io né il maestro Casadei, alla fisarmonica, abbiamo un testo scritto su cui lavorare, anche se abbiamo una montagna di storie»

Un teatro di parola che evoca immagini profonde: l’arte della narrazione è dote rara…

«Raccontare storie è un po’ come raccontare quello che hai mangiato a pranzo: devi vedere quello che avevi nel piatto e trovare le parole per organizzare un minimo di discorso. Credo che tutti quanti possano farlo, un po’ come quello che dice Giovanna Marini che nessuno è veramente e completamente stonato. Detto ciò, chi si prende la responsabilità di raccontare o cantare si deve anche prendere la responsabilità di non farlo».

In un momento politico così imbarazzante per il nostro paese, cosa può fare il teatro?

«Può fare quello che fa: per andare a teatro bisogna uscire di casa mettere il cappotto e le scarpe. Lo dico in maniera metaforica ma è vero: il teatro mette le scarpe alle persone, le mette dentro un’auto, le spinge a pagare un biglietto. Tutti questi “sforzi” permettono di entrare in un mondo che è politico, nel senso etimologico del termine: si entra nella polis ed è questa la differenza, piuttosto che stare a casa pensando di essere al centro del mondo, magari in mutande, davanti a un computer…».

Ha appena pubblicato un libro di… barzellette?

«In realtà è un romanzo, nel quale un ferroviere raccoglie barzellette: la barzelletta è scrittura orale. C’è un capitolo sulle barzellette dei musicisti, su quelle dell’ex Unione Sovietica, ecc. Sono storie e storielle che hanno una destinazione: le barzellette hanno sempre un finale, come il personaggio che le raccoglie, un ferroviere che prende il treno e arriva a destinazione».

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *