Babilonia Teatri: Pedigree

Per TeatrOltre, nell’ambito della rassegna del Teatro Apollo curata dagli Asini Bardasci, arriva a Mondavio la pluripremiata compagnia Babilonia Teatri con “Pedigree”, questa sera alle 21,30 e domani alle ore 17.

Pedigree è la storia di un giovane uomo, della sua famiglia con due madri, del padre donatore e dei suoi cinque fratelli di sperma sparsi per il mondo. Un viaggio nelle difficoltà di una nuova generazione alle prese con genitori biologici e genitori di fatto, con nuove problematiche di identità e di coscienza. I fondatori del gruppo, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, compongono drammaturgie dall’incedere unico, sorta di litanie scolpite nelle contraddizioni dell’oggi, portate in scena con attitudine ribelle.

Enrico, come è nata l’idea di questo spettacolo?
«Il punto di partenza fu l’invito ad una rassegna romana che ospitava scenari di teatro omosessuale. Lì per lì abbiamo analizzato i testi messi a disposizione, ma non ci tornavano e così abbiamo deciso di scriverlo noi, basandoci su storie legate a persone che conoscevamo, figli adottivi di coppie gay, ma sempre cercando di non prendere posizione. Il nostro intento era interrogarci e condividere con il pubblico una serie di domande».

Ad esempio?
«Prima di tutto non adottare il punto di vista di un genitore, ma quello del figlio e provare a vedere quali fossero le questioni, gli scenari, più o meno futuribili, che aveva davanti. A questo punto lasciare domande aperte, senza fare sconti di fronte a questioni che impongono di schierarsi. La nostra idea è che la vita sia un po’ più ricca di tante sfumature, che sono quelle che tenta di fare emergere lo spettacolo».

Già il titolo, Pedigree, è una provocazione rivolta all’umano?
«Certo, un termine che viene riconosciuto nell’ambito animale, che ha a che fare con i cani, ma non solo, determinando genealogia, caratteristiche, integrità della razza. La provocazione è nel chiedersi come si sceglie un seme piuttosto che un altro, ci sono delle ragioni di tipo etico o morale, quali criteri si utilizzano per la scelta, da cosa siamo influenzati».

Il problema non è convivere con la diversità, ma il diritto all’esistenza del diverso?
«Credo che la questione sia che il diritto alla sua esistenza è fondamentale, o almeno dovrebbe esserlo, ma allo stesso tempo è inutile negare che un contesto come quello attuale influisce diversamente. Essere pronti ad accogliere famiglie e/o persone con storie diverse è un diritto che sottoscrivo, ma una volta sancito non è sufficiente a risolvere tutte le questioni che si aprono quando si passa al mondo reale. La nostra incapacità, anche semplicemente di provare a conoscere e quindi di non opporsi in modo ideologico, diventa sempre più grande rispetto a quello che è la quotidianità».

In quanto e in cosa siamo diversi oggi?
Credo che il problema maggiore continui ad essere l’ignoranza e la fobia che molto spesso viene fomentata e che non riesce in nessun modo a permettere di rendere permeabile un tessuto che sarebbe pronto per esserlo. Continui spettri di paura, muri innalzati, reali o immaginari: tutto questo non fa che peggiorare la vita, l’isolamento di ognuno di noi, rendendoci sempre meno comunità. Legati e interconnessi virtualmente, ma sempre più soli».

Il vostro teatro si caratterizza uno sguardo irriverente, che mostra i nervi scoperti del nostro tempo: quali sono questi nervi scoperti?
«Quella patina di retorica che viene stesa come un velo uniforme, tolta la quale emergono tutte le contraddizioni, i tabù, come quello della morte o dell’eterna giovinezza, o della sessualità che dilaga su internet ma ancora fa scandalo. Il nostro teatro prova a essere provocatorio per riuscire a non fermarsi prima di quell’autocensura che non permette di scalfire, per arrivare a toccare davvero il problema. Per questo ci piace anche fermarci a parlare con il pubblico dopo lo spettacolo».

Il vostro è un linguaggio che ha molto a che fare anche con la musica, più che altro pop, rock?
«La colonna sonora di questo spettacolo è Elvis, sia per il richiamo al machismo che per il suo netto contrasto con le tematiche che affrontiamo. Per noi la scelta è quella di inserire la musica direttamente nella drammaturgia: non è mai di accompagno, ma è protagonista nella scrittura».

 

Come sempre sarà possibile sostare a teatro già dal pomeriggio del sabato andando alla scoperta de La Stanza delle Primizie, l’ambiente riservato alle realtà produttive del territorio declinato al femminile, che ospiterà per l’occasione l’artigianato ispirato all’arte antica e ai nodi marinari di Martina Candelaresi e Sabrina Saltarelli. Prima di accomodarsi a teatro per lo spettacolo poi sarà possibile gustare un aperitivo a cura del Bar Il Duca.

Per info e prenotazioni è possibile chiamare il 3394518693 oppure il 3338996348.

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