Benvenuto a casa Asaf

di ANTONELLA FERRARO – “Benvenuto a casa Asaf”, recita un grande striscione bianco che attraversa l’intera platea del Teatro Rossini di Pesaro. Un tutto esaurito arricchito anche da numerose presenze provenienti da mezza nazione per il concerto del cantante e strumentista israeliano Asaf Avidan, che ha di recente comprato una casa nel verde del colle S.Bartolo dove ora risiede nelle pause fra i tour, gli spettacoli e le registrazioni, dopo aver lasciato Tel Aviv e la storica fidanzata. Strano personaggio, questo tenebroso ragazzo  ebreo polacco di Gerusalemme figlio di colti diplomatici, esile e risoluto, catapultato ai vertici della discografia mondiale senza volerlo davvero ( chi non ricorda l’insinuante cantilena di “One Day/Reckoning  song”?), grazie alla lungimiranza di un tale  Wankelmut, deejay tedesco che nel 2012 produsse un remix epocale della straniante One Day  ponendo Asaf alla ribalta e inducendolo ad abbandonare i conterranei Mojos con cui collaborava dal 2006 per lanciarsi sulla traiettoria solistica, esplosa con l’album Different Pulses, seguito da Gold Shadow e, oggi,dallo splendido The Study of Falling, uscito a novembre e protagonista del concerto di Pesaro. E poi quella voce. Qualcosa di indefinibile, che fa rabbrividire  e si insinua sottopelle, ghermisce lo stomaco fino a risuonare in una zona imprecisata della mente trascinandosi appresso il corpo e i sensi in una sorta di trasmigrazione, una levità d’assenza che dura lo spazio di una canzone per poi riproporsi con differenti sfumature. Troppo semplice definirla femminile, la sua voce, perché Asaf ne fa ciò che vuole, ricreando toni e altezze, modulandola con vocalizzi da virtuoso del rock e aperture melodiche potentissime e struggenti. Leonard Cohen, Bob Dylan, Gene Pitney, Tim Buckley e Thom Yorke ma anche Janis Joplin e Nina Simone, vocalità scure e maledette, miti fra I miti. La ballata “No Stone”, canto e chitarra, apre la serata pesarese, seguita dalla potente “Gold Shadow”. Ancora Asaf e le sei corde e decise sonorità country in “To Love Another”. A seguire, la più cupa “Holding Onto Yesterday” ,  conferma Avidan ottimo polistrumentista alle prese con l’armonica, oltre che eccellente e virtuoso chitarrista. Acuti ai limiti dell’impossibile nell’intensissima “My Old Pain”, che svela la sua fisicità prepotente e carismatica di creatura posseduta dai suoni. Poi parla, solo in inglese. Parla d’amore, introspezione,sentimenti da schiudere come porte, con ironia dolente e nostalgica e una classe innata che si riflette nella cura capillare con cui sono confezionati i brani, levigando ogni dettaglio, abbagliato da una personale ricerca di perfezione che lo eleva dal circo mediatico evocando il Bowie degli esordi e permettendogli di imprimere un tocco originale a qualsiasi forma stilistica abbracci.  Soltanto con “Bang Bang” irrompono sonorità mediorientali, poi il tuffo nell’elettronica con incursioni nel soul e nell’afro( “Her lies” e “Rope and Chain”), miracolosamente immuni da ogni accenno di banalità, e finalmente  la celeberrima One Day in cui canta il pubblico. Le percussioni elettriche di “Your Anchor”celebrano la sua voce lacerante e vasta e , a sorpresa, Asaf si lancia in una rivisitazione della rossiniana “Di tanti palpiti”,tratta dal Tancredi, da lui definita “orribile omaggio a Rossini”. Un musicista colto, garbato, umile, che racchiude in sé il segreto di mondi e culture differenti di cui riesce, con dedizione e passione profonda, a fare tesoro.

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