Celestini racconta…barzellette

Ancora una breve residenza per il Comunale di Cagli che mercoledì 30 ottobre, alle 21, ospiterà l’anteprima di “Barzellette”, il nuovissimo spettacolo di Ascanio Celestini, tratto dal suo omonimo libro, pubblicato da Einaudi, con le musiche dal vivo di Gianluca Casadei.

Le barzellette pescano nel torbido, nell’inconscio, ma attraverso l’ironia permettono di appropriarcene per smontarlo e conoscerlo: hanno attraversato il mondo e le culture vestendosi dell’abito locale, ma portando con sé elementi pescati ovunque. Partendo da una storia di base, lo spettacolo avrà, ad ogni replica, momenti di libera improvvisazione: oltre 200 storie, infatti, fanno parte di questo enorme contenitore, alcune ancora da raccontare.

(info: botteghino del Teatro: Tel. 0721 781341).

Barzellette: ma c’è davvero da ridere?

«Parafrasando la nota frase di Raymond Carver: di cosa parliamo quando parliamo di barzellette? Parliamo del ridere e quando è che ridiamo? Forse quando qualcuno ci fa il solletico, ma non possiamo farci il solletico da soli e quindi ridere è un gioco che facciamo per forza con qualcun altro, un racconto fatto insieme ad altri, perché non ci raccontiamo barzellette da soli. È un’opportunità di interagire con altri, di condividere qualcosa».

Non sempre si riesce a ridere però di alcuni argomenti…

«Quelli che non ne ridono sono persone che li prendono come avvenimenti veri, mentre occorre giocare, sapersi ridere addosso. Non saper più ridere delle brutture è avvilente, significa anche non avere un altro punto di vista. Dobbiamo giocare e se c’è un gioco che non sappiamo fare occorre saper stare fuori a guardare».

Le barzellette sono senza filtri e retorica?

«È un gioco: gli scacchi sono una guerra, ma nessuno muore. Freud paragonava la barzelletta ai sogni e ai lapsus. Se io sogno che ammazzo Salvini non è che mi arrestano: ecco, la barzelletta è parente del sogno».

È anche una commistione di culture: la storiella può essere raccontata ovunque?

«Si trasforma esattamente come la fiaba: è pur sempre un racconto orale e sia la struttura che il contenuto viaggiano ovunque, nei diversi paesi. Ci sono barzellette raccontate in Sardegna e in Unione Sovietica il cui significato, nella cornice del luogo, viene cambiato. Non è che puoi raccontare a chi vive nel deserto di Cappuccetto Rosso che si perde nel bosco».

Questa volta il percorso è stato dal libro allo spettacolo?

«Ho fatto scrivere in locandina “liberamente tratto”: so che sembra strano visto che sono l’autore del libro, ma nel momento in cui ho pensato di portare in scena questo testo ho avuto il piacere di scrivere altre storie, quindi, praticamente, i 2/3 dello spettacolo non sono nel libro».

È per questo che lo spettacolo varia anche continuamente, ovvero non è mai uguale a sé stesso?

«Io non imparo mai i miei testi a memoria e quindi, accanto ad alcuni punti fermi, inserisco le barzellette, momenti, per me, di libertà. L’attore pensa sempre di poter avere momenti nei quali racconta qualcosa di diverso dal libro: in questo caso, ogni tanto, l’attenzione si sposta dal racconto teatrale al racconto da bar».

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