Cesar Brie: la poesia del Teatro

Teatro come poesia, teatro povero ed essenziale per entrare nella magia della poesia: Cesar Brie sarà a Pesaro per una intensa due giorni di laboratorio dal titolo “Pensare la scena”, ospite del Teatro delle Ombre il 24 e 25 febbraio. Storico attore dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, attualmente Brie si divide tra Italia e Argentina continuando a sviluppare il suo lavoro di pedagogo, e di autore/attore/regista.

A chi è rivolto il seminario?

<E’ rivolto a tutti, è un breve seminario dove affronterò alcune cose pratiche ed essenziali.>

Quali sono i punti principali che attraverserà a Pesaro?

<Toccherò il lavoro fisico dell’attore, la creazione di immagini e il lavoro sull’improvvisazione, su come stare in scena. “Pensare la scena”, vederla come luogo fisico in cui si agisce e pensare “come” stare in scena, luogo metaforico fatto di immagini e allegorie, dove si accede alle porte di un’altra dimensione, quella artistica, che è anche quella del tempo che cambia.>

Il suo è un Teatro povero, essenziale, che giunge alla poesia più pura?

<L’idea principale del mio lavoro è la poesia che si può fare con i corpi, con gli oggetti e le metafore: in scena occorre creare poesia con questi elementi e, come poeti della scena, dobbiamo analizzare e lavorare su questi elementi. Due giorni non sono tanti, ma si può iniziare a capire qualcosa. Da piccolo scrivevo poesie, oggi continuo a farlo: il testo è uno dei componenti, non essenziale ma quello da cui si parte.>

C’è attualmente una crisi di valori, il teatro come la vive?

<Il teatro la vive in tante forme, nel campo organizzativo soprattutto: oggi il teatro, in Italia, non rispecchia tutti i bisogni delle persone giovani che lo vogliono fare. Sostiene il vecchio e non afferma il nuovo, non aiutando a far emergere i talenti che ci sono. Poi per il resto come in tutti gli altri campi: si impedisce ai giovani di agire con la scusa di proteggerli. Se sei fuori dai circuiti non c’è nulla da fare, se sei dentro devi accontentarti di una piccola fetta…>

I suoi sono spettacoli che invitano anche alla riflessione?

<Il teatro è commozione, è il luogo dove pensiero e cuore si toccano: se c’è solo riflessione non serve, se c’è solo bellezza svuotata di senso non serve. Testa e cuore devono creare un cortocircuito ed è a quello che ci rivolgiamo.>

Teatro come isola di resistenza etica, atto di contatto e relazione?

<Assolutamente. L’etica, è quello che ci dice cosa è lecito, cosa è giusto o no: il teatro deve fare i conti con l’etica sempre anche provocando contro la morale. Etica e morale non sono la stessa cosa: molti concetti morali non sono per forza anche etici in quanto mascherano l’ipocrisia del tempo, ed è questo che il teatro deve combattere.>

Attualmente il suo lavoro è principalmente in Argentina?

<Sì, vengo in Italia 4 mesi all’anno: in Argentina non ho più una compagnia, ora lavoro con delle “tribù”, persone che ho formato con cui mi unisco per dei progetti. L’ultimo spettacolo che ho fatto in Italia è “Ero”, una falsa autobiografia in cui rifletto sulle costellazioni famigliari, sull’amore, su chi non c’è più e anche sul mio mestiere.>

Cesar Brie, originario di Buenos Aires, arrivò in Italia a 18 anni con la Comuna Baires, ma ben presto iniziò a sviluppare un’arte apolide, a stretto contatto con le molte realtà incontrate in una vita passata per scelta in esilio. Nel seminario “Pensare la scena” a Pesaro, il 24 e 25 febbraio, Brie affronterà tutti i temi principali alla base della poetica del suo lavoro, con l’obiettivo di stimolare la formazione dell’attore-poeta nel senso etimologico del termine: colui che crea e fa. Scrive lo stesso artista a proposito del seminario “Credo che l’unica cosa che valga la pena di trasmettere a dei giovani sia motivarli a fare il proprio teatro.”

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