Chiedo scusa se parlo di…Gaber

Una nuova riflessione sulle tematiche “gaberiane” in debutto al Fano Rocca Festival, venerdì 23 agosto alle 21.15, con lo spettacolo “Chiedo scusa se parlo di…Gaber”. Un progetto che Sandro Luporini (autore storico del Teatro Canzone di Gaber, oggi novantenne) ha realizzato per l’originale Banda Gaber che ha suonato con il cantautore in migliaia di serate.

Lo spettacolo nasce a Fano dopo un incontro felice realizzato l’anno scorso proprio alla Rocca con la mostra pittorica di Sandro Luporini e la rappresentazione in esclusiva regionale del suo spettacolo “Lo stallo”, testo post Gaberiano, interpretato da David Riondino e dai Khorakhanè che sono tornati anche quest’anno al festival per un tributo a De Andrè.

Non tanto i testi delle canzoni, ma i monologhi che fanno da filo conduttore allo spettacolo, sono stati “riveduti e aggiornati” da Luporini, in una visione sempre più dentro l’attualità, di ironica incisività.

Sul palco: Enrico Spingo, Dado Sezzi, Claudio Demattei, Gianni Martini, Luigi Campoccia, Luca Ravagni. A Simone Baldini Tosi (violinista e cantautore, oltre che appassionato di filosofia yoga e spiritualità orientale) sarà affidata la parola di Gaber. (Biglietti on line: www.vivaticket.it)

Cosa è stato per lei Giorgio Gaber negli anni?

«Gaber è stato un richiamo costante nel mio percorso. Essere scelto dalla Banda Gaber è una grande responsabilità. Non è solo un atto artistico, ma un dovere sociale per me, nel rispetto di uno dei più grandi rappresentati della canzone d’autore».

E c’è il nesso tra Gaber e la filosofia orientale?

«Assolutamente e risiede in maniera particolare nel brano che si intitola “La parola io”, tra i primi che eseguiremo, dove è evidente la problematica di come ci sentiamo, egoisticamente, come qualcosa di completamente separato dagli altri. E se in un bambino è ottimo per acquisire la capacità di fare i primi passi, col crescere dovrebbe fare spazio alla consapevolezza di essere parte di un insieme. Invece, più si invecchia e più si diventa egoisti».

Uno dei temi cardine di Gaber/Luporini…

«Soprattutto nella fase finale, dove il concerto esistenzialista è diventato predominante rispetto a quello politico».

Gaber è sempre stato molto “avanti”: cosa ascolteremo, di diverso, a Fano?

«I testi delle sue canzoni sono altamente profetici e non hanno avuto bisogno di grandi ritocchi. Quello che farà la differenza sono i monologhi inediti scritti da Luporini, che riportano in luce il concetto di “teatro canzone”. Ultimamente, anche la ripresa del Signor G si portava dietro l’esigenza autocelebrativa di rifare tutto uguale. Con questi nuovi monologhi inediti, si torna ad ascoltare Gaber/Luporini con collegamenti nuovi e attuali».

È facile o difficile essere cantautori oggi?

(ride) «Da un certo punto di vista è facilissimo: te la suoni e te la canti da solo e sei a posto. Tornando seri, indubbiamente, l’attuale sistema “usa e getta” ha reso tutto un po’ più veloce: un cantautore che deve manifestare un proprio stile oggi non ha più molto tempo e il rischio che tutti si assomiglino c’è, visto che “il conosciuto” aiuta. Una volta la differenziazione stilistica era un valore aggiunto: ora, il tempo che ti ci vuole a capire il nuovo linguaggio, la canzone è già passata…».

Difficile allora?

«Diverso direi: la musica è vivissima, il fermento c’è, ma non si manifesta più nei contesti canonici. Oggi i canali web aiutano anche a creare un contatto tra gli artisti e il loro pubblico e questo non è sbagliato. Si sta spostando l’asse artistica e ognuno ascolta anche quello che gli piace di più: io, ad esempio, arrivo ai miei fan attraverso le mie passioni, la disciplina orientale e lo yoga. Bisogna anche sapersi adattare».

 

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