Ci vuole orecchio: il nuovo giallo di Gino Vignali

Sarà una “colazione con l’autore” quella di domenica 31 marzo alle 11, alla libreria il Catalogo di Pesaro: Gino Vignali, che con Michele Mozzati ha dato vita al sodalizio artistico Gino&Michele, da cui sono nati il cabaret Zelig, l’agenda Smemoranda e molto altro in tema di umorismo, presenta il suo secondo libro “Ci vuole orecchio”, intervistato da Silvia Sinibaldi. Dopo “La chiave di tutto”, il primo romanzo da “solista” di Vignali, che coniugava una convincente trama gialla con uno stile di pirotecnico umorismo, nel secondo romanzo di una tetralogia riminese ambientata nelle quattro stagioni, la squadra vincente, guidata dall’irresistibile vice questore Costanza Confalonieri Bonnet, torna in scena per una nuova doppia indagine.

Partiamo dal titolo: un omaggio a Jannacci e un riferimento ad una scrittura musicale?

«Si nel senso che “ci vuole orecchio”, scritta con Jannacci nel 1980, ci ha portato molta fortuna: io e Michele eravamo abbastanza giovani e questa canzone ci ha aperto un sacco di porte. Ma è anche vero che in questo libro c’è un riferimento preciso: la chiave di tutto, il senso più coinvolto è l’udito e quando si è trattato di scegliere un titolo è diventata quasi una scelta “obbligata” pensare a questo titolo».

La sua eroina è l’esatto contrario del tipico investigatore: prima di tutto donna e per nulla musona, triste e con problemi famigliari…

«Quando sono partito per questa avventura non è che avessi le idee chiarissime, ma su un paio di cose sì: la prima che doveva svolgersi a Rimini, perché la conosco molto bene, la mia mamma è di Rimini, e la seconda che la protagonista fosse una donna e che fosse l’esatto contrario degli stereotipi tipici degli investigatori, di solito sono cupi e con tanti problemi, derivati dal modello anglosassone. Investigatori che per combattere il male devono averlo dentro: ecco, la mia protagonista è una donna bella, perfettamente realizzata e ricca. C’era il rischio che, per queste doti, diventasse antipatica ma con la mia scrittura spero di essere riuscito a stemperare».

Anche gli altri personaggi però, hanno delle caratteristiche particolari con rimandi a Zelig?

«Ho sempre scritto per gli altri, e non volevo perdere questa caratterista: mi risultava molto più semplice immaginarmi dei personaggi reali fisicamente (come Teocoli, Orlando o la Mannino ndr), una scorciatoia per abitudine e per comodità. Qualcuno è più riconoscibile qualcuno no. Costanza non assomiglia a nessuno ovviamente, non esiste in natura, nel caso di una fiction, chissà…».

È in cantiere una fiction?

«C’era un’idea fin dall’inizio: quello è anche il mio vero mestiere, scrivere per la tv. I diritti li ho ceduti, vediamo».

La vicenda si svolge nel presente: non mancano quindi i riferimenti attuali…anche politici?

«La mia cifra è quella, detto questo però bisogna anche andarci molto cauti, la satira invecchia e quindi rischia di storicizzare il libro nel momento in cui esce. La tentazione c’è, ma meglio parlare di satira sociale che ha più lungo respiro».

Scrivere per i comici e scrivere un romanzo, anzi, una quadrilogia: pregi e difetti?

«Il pregio è la sfida, il divertimento personale, nell’ultima fase della mia carriera, di rivolgersi direttamente al pubblico mentre per tuta la mia vita c’era un interprete come intermediario. I limiti? Non sapevo se ne ero capace! D’altronde, nonostante i tanti libri continuo a considerarmi un comico e non uno scrittore. Nel tipo di scrittura non ho tradito il mio passato e ce l’ho messo dentro: di giallisti ce ne sono molti ed era importante avere un’identità precisa».

 

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