De Leo: estroverso e vulcanico

di ANTONELLA FERRARO – Il contesto è quello di un tradizionale concerto di musica jazz o folk: orchestra con fiati, archi, chitarre e un pianoforte, microfoni e strumentazioni elettroniche, nella cornice tiepida e raccolta di una sera piovosa  nel piccolo teatro del Trionfo di Cartoceto, miniatura incantevole del nostro entroterra, vestito a festa per la tradizionale Mostra mercato dell’Olio e dell’Oliva.
Toccava a John De Leo inaugurare la rassegna di concerti in programma per i prossimi due fine settimana, con artisti del calibro di Peppe Servillo, Mario Venuti ed Emilia Zamuner.
De Leo è un artista originalissimo: estroverso e vulcanico come molti romagnoli (nasce a Lugo, all’anagrafe Massimo De Leonardis, nel 1970), dotato di un apparato vocale duttile e potente, rincorre da sempre, come molti, un’ossessione: sperimentare ogni più recondita modalità di utilizzo della voce, che si arpiona ad un  corredo testuale imprevedibile e straniante, denso di neologismi, giochi linguistici, allitterazioni, suoni assonanti o dissonanti e, soprattutto strabilianti onomatopee, ottenute con forme di emissione studiata del suono vocale o tramite distorsori, apparecchi analogici, campionatori, ventilatori e persino giocattoli.
Un musicista che difficilmente riusciamo ad incasellare entro un definito genere musicale. Folklore popolare, jazz, musica contemporanea e rock, ma anche reading e radiodramma, fino alle recenti, interessantissime esperienze letterarie,  alla ricerca di una “videomusicazione dei testi”, tramite la fusione di musica, letteratura e videoarte (nota la sua traduzione in musica, assieme a Furio Di Castri e Roberto Gatto, delle Città Invisibili di Calvino).
Un concerto per pochi eletti, quello di Cartoceto, che recava in scaletta brani tratti dall’ultimo cd (davvero bella la più ascoltata “Io ha senso”) , “Il Grande Abarasse”, terzo album da solista,  edito il 7 ottobre scorso. Accanto a lui sul palco un’ensemble poliedrica e insolita: Dimitri Sillato, Valeria Sturba, Paolo Baldani, Beppe Scardino, Fabrizio Tarroni, Silvia Valtieri, Franco Naddei e l’eccellente Piero Bittolo Bon, che ha manipolato in tempo reale i suoni, oltre ad eseguire i cori e alcuni duetti di chitarre.
Quella di John De Leo è una “distorsione autoctona” degli elementi sonori: all’ascolto, è costante il dubbio che i suoi vocalizzi siano prodotti da strumenti e in realtà la voce si fonde e si modula sui fiati e sui legni, sui melodici del piano, grida con le chitarre, fra episodi volutamente cacofonici, incursioni rumoristiche e deroghe provocatorie ad ogni norma modale di timbro ed altezza. Originalissima l’esecuzione di un brano strumentale basato sul solo theremin, strumento elettronico ideato nel 1919 da fisico russo Lev Termen e basato su un sistema di antenne ed oscillatori che non prevedono il contatto del corpo del musicista con lo strumento, ma la semplice imposizione a distanza delle mani, che operano movimenti difficili e sensibili, producendo suoni che variano dal violino a quelli della voce umana.
Formidabile nell’uso del microfono, De Leo svela anche la sua esperienza araba con i Metissage distinguendosi inoltre nell’esecuzione di brani lirici suggestivi, senza abbandonare l’ironia del substrato, sempre presente nelle invenzioni linguistiche, nelle battute velate, nei richiami sociali, scandagliando con profondità la natura umana.
Un artista coraggioso, come sono coraggiosi tutti coloro che si mettono in gioco nel campo della sperimentazione, facendo della nostra lingua una musa e una meta.

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