Di scena il Cabaret

Arriva al Teatro Rossini un famoso film cult e, come si sa, la scommessa non è mai facile: è “Cabaret” che aveva quale interprete Liza Minnelli, un’icona che difficilmente potrà essere dimenticata.
Ci prova il regista Saverio Marconi a riproporre le affascinanti e coinvolgenti atmosfere della pellicola firmata da Bob Fosse nel 1972 con Giampiero Ingrassia, che veste i panni del Maestro di Cerimonie, ovvero la figura ammaliante, clownesca, folle e ambigua che vive solo sul palcoscenico del Kit Kat Klub, e con Giulia Ottonello (la cantante che vinse la seconda edizione di “Amici” di Maria De Filippi quando ancora era conosciuta come Saranno Famosi) alla quale è stato affidato l’arduo compito di interpretare la parte che fu della Minnelli, la capricciosa e sfrontata stella del club berlinese Sally Bowles.
Anche Marconi vuole porre l’attenzione sull’atmosfera pesante e drammatica dell’imminente avvento del Nazismo: la scritta luminosa “Cabaret” scivola da subito da un lato, quasi a presagire la grottesca messinscena di un finto benessere e, sul finale, la scena si trasforma evocando tutta l’atrocità della discriminazione, dei campi di concentramento e sulla crudeltà di un destino affrontato con una iniziale superficialità, che nella prima parte privilegia la “sboccacciata” e trasgressiva vita del Cabaret: l’incontro e la breve storia d’amore dei due protagonisti, Sally e il giovane romanziere americano in cerca di ispirazione Cliff, interpretato da Mauro Simone, viene infatti intervallata dai provocatori siparietti del Kit Kat Klub, fino al triste epilogo.
Ingrassia è molto bravo nell’interpretare la sua follia, apparentemente distaccata, ma volutamente ammaliante: evita però ogni riferimento all’ostentata ambiguità sessuale del Maestro di Cerimonie nel film, Joel Grey, che ottenne l’oscar per l’accattivante interpretazione. La Ottonello/Sally ha una bella voce, ma il confronto con la Minnelli/Liza, che aveva un carisma eccentrico e una personalità ricca di sfumature, è purtroppo sempre presente nel nostro immaginario. Seppur la regia tenti di creare scene d’effetto (firmate da Gabriele Moreschi e dallo stesso Saverio Marconi), lo spettacolo perde così la profondità psicologica di quei personaggi, in bilico tra la vita e la sua rappresentazione.
Applausi finali del pubblico.

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