Dreams: le favole esistono

di ANTONELLA FERRARO – Le favole esistono. Hanno un lieto fine e i sogni diventano realtà. Ce lo insegnano i Cheap Wine, storico gruppo rock pesarese che cavalca da vent’anni la discografia e i palcoscenici live realizzando album così belli da apparire irreali. Come i sogni, appunto. Come quest’ultimo, e dodicesimo, Dreams, autoprodotto come sempre a colpi di passione, volontà ferrea, purezza interiore e, questa volta  crowdfunding.
Per ascoltare e  descrivere i Cheap Wine bisogna abbandonarsi. Appoggiare a terra i bagagli della ragione e della coscienza, gli orditi intricati del quotidiano, e camminare con loro. Percorrere fino in fondo il rettilineo deserto pieno di polvere e  vento, seguendo il viaggio del sole che si spegne fra le Rocky Mountains, nelle orecchie il pulsare potente del sangue, sapendo che ovunque si vada quella sarà la meta, anche se è l’oscurità che dovremo esplorare, prima di varcare il confine fra lo spazio cosciente e il territorio infinito e inesplorato dei sogni.
Si rinnova  ad ogni concerto, la sorpresa, e resta la sensazione di non aver ancora del tutto sondato la profondità ideologica e  i voli liberi di questi cinque ex ragazzi del rock, che da due decenni tengono duro sbandierando la loro poesia, la trasparenza ideologica dei loro testi attuali e generosi, intrisi di simboli, day after quotidiani, precipizi e rinascite fino, appunto, a Dreams, il Sogno. Dieci gioielli, presentati al teatro Sperimentale di Pesaro grazie alla  sempre ispirata dedizione  del direttore Giorgio Castellani in un concerto destinato a restare nella storia, confezionati con la consueta cura grafica e con una rifinitura sonora capillare che non lascia spazio a cedimenti o sbavature perché i Cheap Wine, prima di essere poeti, persone educate e  gentili, rockers coraggiosi e tenaci, amici sinceri  e magneti da palcoscenico, sono innanzitutto musicisti. E che musicisti.
Se gli assoli di chitarra di Michele Diamantini hanno dell’incredibile, come l’uso  drammatico e strabiliante del suo  pedale wah wah, Alessio Raffaelli non suona le tastiere, ma vola, in un gioco sciamanico di tensione e morbidezza che non si insegna e non si impara perché sta dentro. Alan Giannini è un percussionista formidabile, arso da un fuoco sacro che evoca i migliori batteristi delle epopee del rock e il basso di Andrea Giaro non abbandona mai la scena facendosi vestale di una sorta di rito da sacerdoti del suono, che alterna le  cromie gotiche dark  profonde di Bad Crumbs o Pieces of Disquiet, che apre il concerto pesarese,  a respiri ampi a tinte country come nella lucente Cradling My Mind dedicata ai colli smeraldini delle nostre Marche.
Ma c’è qualcosa di diverso, in Dreams, che chiude una trilogia  ideologico filosofica ricca di riflessioni sull’essere umano e sulla realtà storica attuale iniziata nel 2012 con il cupo Based on Lies e proseguita, come un meccanismo a orologeria nel 2014,anno dello splendido Beggar Town. Dreams segna il passo con un’ulteriore evoluzione.
La voce profonda e captante di Marco Diamantini, frontman  misurato e carismatico, si arricchisce di finiture morbide e vibrazioni lunghe, incursioni sofferte in un mondo altro che chiede e dà allo spettatore trasportandolo  davvero entro  le realtà inconsce e insondate del sogno.
Echi di tenebra anche in Full of Glow, singolo e video del disco. Incursioni nei vecchi album, con la fisarmonica di Raffaelli in Muddy Hopes ,  Waiting on the Door, destinataria di uno splendido video e la mitica Behind the Bars, che rimarca l’impostazione di sempre: tutti e cinque sono protagonisti, emergono con identica pregnanza congiungendo i fili rossi di un ordito che ricama un disegno sonoro bellissimo ispirato al compianto Tom Petty, cui è dedicato il bis finale con A Face in The Crowd.
Dopo aver ascoltato Bad Crumbs si ha l’impressione di non poter incamerare altre sensazioni, invece ecco la raffinata Reflection e poi, finalmente, Dreams, dedicata al piccolo Federico, figlio di Marco e simbolo, come ogni nuovo nato, della speranza che i Cheap Wine tengono desta con una carica di purezza e passione divenute ormai introvabili in ogni settore del vivere umano.
Siamo  loro grati, per questa insolita  capacità di inventare mondi, per il lirismo ondivago e insinuante che sovverte qualcosa nell’anima, per la voglia di crederci, di edificare una musica che bagna e si respira. Un piccolo grande miracolo. E poi il libro di 274 pagine con tutti i loro testi, le esplosioni floreali della copertina di Dreams: una saga che non è finita qui, e che merita tutta l’attenzione che possiamo.

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