È bello vivere liberi!: la Resistenza come sfida e scelta personale

“È bello vivere liberi!”, lo straordinario spettacolo di e con Marta Cuscunà, progetto di teatro civile per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo, sarà scena questa martedì 21 gennaio   (h 21.15) al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo, nell’ambito di Teatri d’Autore.

Lo spettacolo, Premio Scenario per Ustica 2009, si ispira alla biografia di Ondina Peteani, prima Staffetta Partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz N. 81672, scritta dalla storica Anna Di Giannantonio. Ondina che, a soli 17 anni, si accende di un irrefrenabile bisogno di libertà e si scopre incapace di restare a guardare, cosciente e determinata ad agire per cambiare il proprio Paese. “È bello vivere liberi!”restituisce il sapore di una resistenza vissuta al di fuori di ogni celebrazione o irrigidimento retorico. Resistenza personale, segnata dai tempi impetuosi di una giovinezza che è sfida, scelta e messa in gioco personale.

Marta, una storia che è giusto ricordare, sempre, e uno spettacolo che ormai ha raggiunto quante repliche?

«Il 25 aprile 2019 abbiamo festeggiato la 200esima replica, quindi siamo ben oltre. In tutto questo tempo, mi fa venire i brividi pensare quanto alcuni argomenti restino ancora più che mai urgenti. Qualche tempo fa la Segre è stata messa sotto scorta e Facebook ha dovuto bloccare alcuni profili di Casa Pound  per il riemergere violento di un pensiero fascista davvero preoccupante».

Nel suo spettacolo non c’è traccia di retorica però, ma viene trasmessa tutta la voglia di vivere liberi?

«Sono molto contenta che, in qualche modo, le giovani generazioni, attraverso anche tutte le lotte sul clima, stiano riscoprendo la voglia di lottare per qualcosa e stia cambiando la situazione più passiva che nel 2009 mi fece decidere di portare in scena questo spettacolo».

Uno stimolo che occorre mantenere?

«Credo che essere passivi, rinunciare al proprio ruolo nella vita civile del proprio paese, toglie la fatica dell’impegno, ma  purtroppo anche l’entusiasmo e la possibilità di vivere in un  paese all’altezza dei nostri sogni».

E poi c’è la memoria: stanno scomparendo ormai le vittime dell’Olocausto, le uniche in grado di portare una testimonianza viva?

«Il rischio di vivere la memoria in modo passivo è darsi la possibilità di essere truffati: nel momento in cui la memoria ti viene trasmessa da altri soggetti non usi strumenti critici per capire se è la memoria giusta. Le basi da cui nasce questo spettacolo sono queste: perché ormai, mentre stanno scomparendo testimoni reali, è arrivato il momento di diventare noi testimoni attivi della memoria, tramandando questi racconti».

E questo spettacolo è vicino ai giovani sia perché è privo di retorica sia per l’età in cui la protagonista decide di lottare?

«Ho raccolto la storia storia di una ragazza di 17 anni che ha scelto di stare dalla parte giusta rinunciando a tutto, ma dobbiamo trovare i linguaggi giusti: la retorica apparteneva ad un’altra generazione che ha avuto bisogno di glorificare, oggi sono necessarie altre forme per parlare ai ragazzi».

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