Emma Dante e le Baccanti

Non poteva esserci inizio migliore per il cartellone di FanoTeatro che si inaugura con una residenza di riallestimento: di scena “Studio da Le Baccanti” di Emma Dante, da venerdì 1 novembre a domenica 3 novembre, con l’aggiunta di un’ulteriore recita sabato 2 novembre alle ore 16, oltre a quella delle 21. (info 0721.800750).
Emma Dante, che sta ultimando il montaggio del suo primo film tratto dallo spettacolo “Le sorelle Macaluso”, indiscussa protagonista del teatro italiano e internazionale di questi anni, è tornata in Accademia, dove si era diplomata attrice, per dare vita con i giovani allievi a un lavoro bellissimo su Le Baccanti di Euripide nella traduzione di Edoardo Sanguineti. Un compito non semplice che la Dante ha affrontato con coraggio, con l’obiettivo principale di guidare gli allievi alla comprensione di un testo lontano e terribile incarnandolo nei loro corpi e nelle loro voci.

A un anno dalla Scortecata è di nuovo in scena a Fano: allora si parlava di “morale della favola”, qui, qual è la morale di questa bella favola dionisiaca?
«Sicuramente ha a che fare con la perdita del controllo, con l’euforia, con una specie di tourbillon in un luogo che assomiglia a un ventre che fagocita continuamente tutto. È uno spettacolo molto istintivo e intuitivo, che sente il peso di un testo molto forte all’interno di un disegno fisico altrettanto forte. Mi sono immaginata che tutta questa storia fosse dentro la pancia di questo dio, che è anche il dio che ha ispirato la religione cattolica cristiana: una storia che lui mastica e digerisce. L’alcool e il vino hanno la capacità di farti perdere la ragione, ma anche di farti vedere le cose da un altro punto di vista, con un’euforia folle e delirante nella percezione della realtà, dell’idea che hai del mondo».

Dopo aver affrontato Eracle, anche questa è una tragedia sensuale?
«È molto femminile e Dioniso si presenta come un essere ermafrodita: è raccontato come portatore di due sessi, che fa innamorare tutti di sé. Anche la figura di Gesù, che trae spunto da Dioniso, era così: un’immagine delicata, femminea e non muscolosa, con grande carisma e fascino capace di attrarre entrambi i sessi».

Le sue Baccanti appaiono in jeans strappati: sono queste le Baccanti di oggi?
«Hanno questi pantaloni dilaniati anche perché li vediamo per strada, vendono jeans già rotti. Mi sono ispirata al fatto che è anche un fatto di costume e moda, di appartenenza ad una comunità, di giovani che decidono di apparire con queste veti dilaniate: ha qualcosa di dionisiaco come se venissero da un baccanale/rave dove è successo di tutto».

Ciò che contraddistingue il suo lavoro è la capacità di impossessarsi del linguaggio antico e contemporaneo rendendolo proprio…
«Cerco sempre di partire da un testo che mi suggerisca delle visioni: i testi classici hanno una forza che resiste nel tempo, e tutti ci appassioniamo nel rivivere queste storie. Poi cerco di avvicinarlo a me, a noi, alla comunità e renderlo accessibile. Le grandi opere rimarranno sempre grandi finché avranno una domanda che continua a non avere risposta. I Greci hanno formulato una serie di domande che continuiamo a farci e a cui non troviamo risposte perché sono legate alla nostra vita e ai suoi misteri».

Si parla spesso di educazione dello spettatore, ma come educare l’attore?
«È interessante: l’educazione dello spettatore ha a che fare con educazione dell’attore. Perché esista il teatro è necessario esistano attori e spettatori: se il pubblico è maleducato vuol dire che lo spettacolo è maleducato e le due comunità sono responsabili l’una dell’altra. L’educazione dell’attore è un lavoro legato al rigore della scena, al senso di responsabilità che hanno gli attori nel momento in cui consegno loro un gesto, una parola, un’azione. Sono responsabili di questa consegna e dovranno difenderla al punto che l’urgenza e la necessità di fare quel gesto sarà più forte. Lo spettacolo non deve piegarsi al solo intrattenimento per cercare di non distrarre la platea: un attore si deve preoccupare di ciò che ha da dire e quello che chiedo è di essere forti nello stare in scena, di spaccare la barriera tra loro e il pubblico».

Fragilità e bellezza: un binomio che rappresenta il suo lavoro?
«Mi occupo della fragilità, la bellezza a volte vien fuori e a volte no. La fragilità consiste anche nel giocare con l’essenziale, anche se poi è una fragilità apparente. La semplicità può sembrare fragile, ma è anche qualcosa di complesso in fondo. I miei personaggi, al limite del decoro, riproducono fragilità e poesia, sono dei visionari».

Ci sono differenze nell’approccio tra lirica e teatro?
«No: la lirica ha un libretto e lo tratto come tratto un testo a teatro ed è questa la cosa che cambia la messinscena. Metto in relazione i personaggi, costruisco intorno a loro dei mondi che li circondano».

 

Dopo Fano, lo spettacolo sarà ancora in scena nelle Marche il 5 e 6 novembre al Teatro Lauro Rossi di Macerata (ore 21 – 0733 256306) e l’8 e 9 novembre al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto (ore 20.45 – 0735 588246).

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