Erectus: il gioco del corpo nudo

TeatrOltre si apre di nuovo alla danza con Abbondanza/Bertoni, una delle realtà artistiche più prolifiche del panorama italiano che giovedì 7 marzo, al Teatro Sanzio di Urbino, propone Erectus, un lavoro intenso dal grande potere evocativo.
Lo spettacolo rappresenta la seconda tappa del progetto Poiesis che indaga la traduzione stenografica e minuziosa di una partitura musicale in segno scenico: nel tentativo di trasformare musica e corpi in suono da vedere. Dopo la delicata incursione nelle atmosfere femminili de “La morte e la fanciulla”, Erectus mette in scena la potenza del corpo maschile, il possibile poliformismo del marziano maschio del ventunesimo secolo che segue il ritmo del free jazz, dell’album di Charles Mingus: Pithecanthropus erectus.

Michele Abbondanza, Jazz come rottura e libertà?

«Attraverso una musica dalla radice nera, disfiamo e mescoliamo i codici della danza (bianca) che vengono riconosciuti a tratti, ma composti in modo selvatico, libero, imprevedibile; come “risputati” da questi danzatori in libertà che portano un background diverso tra di loro. È uno scardinare la disciplina dentro cui si muove l’umano, verso un’origine di spaccatura, di nascita, di uomo nuovo, dionisiaco».

Partiture musicali tradotte in segno scenico: dal femminile al maschile?

«Siamo partiti dal classico meraviglioso, elaborato e raffinato di Schubert ed ora andiamo decisamente verso un mondo maschile con dei veri “omaccioni” in scena. Diceva Duke Ellington “non vorrei mai che mia figlia uscisse con un suonatore di jazz”. Noi abbiamo voluto ballare questa musica con i nostri piedi, come una musica primitiva e istintiva. Erectus è ovviamente anche una provocazione: è naturalmente riferito al fallo, ma il tutto è comunque visto con la goliardia di un bambino cresciuto che gioca con il suo corpo».

Cosa nella musica di Mingus vi ha particolarmente colpito?

«Questo polistrumentismo usato in mezzo ai rumori, tra clacson e rumori industirali. Una musica provocatoria, difficile da ascoltare, ma per il nostro progetto di tradurre il poliformismo in policoregrafismo questa musica ci ispirava molto e ci sembrava rappresentasse bene il “maschietto” di oggi, contraddittorio in tante forme».

Un’animalità strettamente legata all’istinto, alla natura, un ritorno del gesto primitivo?

«È un gesto molto primitivo e quindi abbiamo scelto, tra moltissimi aspiranti, 4 danzatori campioni del movimento, 4 performer che avessero anche un fisico particolare. Non c’è un suono che non modifichi una parte del corpo, uno stato d’animo, un’emozione».

La nudità degli interpreti vi ha creato problemi?

«La pelle diventa davvero un costume: nessun accenno fastidioso, ma anzi, tutto fa parte dello strumento corpo lasciato andare libero e senza malizia. Molte scuole hanno partecipato e nessuno ha gridato allo scandalo».

È in programma anche una terza parte conclusiva del progetto?

«Per la terza parte mescoleremo la scelta classica con l’anarchia del jazz andando su Arnold Schonberg, compositore che ha scritto una musica completamente al di fuori dalle regole del sistema tonale, uno degli applicatori del metodo dodecafonico. Una scelta ancor più coraggiosa a livello musicale con il suo poema sinfonico Pelleas e Melisande: in scena ci sarà una coppia, scelta tra gli interpreti delle due precedenti fasi, in rappresentanza del mondo femminile e di quello maschile».

 

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