Esemplari Femminili: ironia e potere

Di scena la danza al Teatro Sperimentale di Pesaro, questa sera alle 21, nell’ambito di TeatrOltre, con “Esemplari femminili”, risultato finale di un processo di ricerca comune sul tema della femminilità da parte dell’italiana Francesca Penzo e l’israeliana Tamar Grosz. Dopo una prima versione breve, in forma di studio, il lavoro giunge ora alla sua forma completa, interrogandosi su cosa significhi per due donne essere tali all’interno della società contemporanea, in uno spettacolo che parla a un pubblico sia femminile che maschile.

Francesca, come è avvenuto l’incontro con Tamar Grosz?

«Ho incontrato Tamar a Berlino nel 2014, all’interno di un progetto e abbiamo deciso di creare qualcosa insieme. È stato un incontro molto “irrazionale”: abbiamo lavorato insieme sull’improvvisazione e abbiamo intuito che c’era qualcosa che ci legava, una forte complicità sia personale che come performer anche se con corpi, personalità e provenienze completamente diverse. Avevamo anche un approccio totalmente diverso con l’arte visiva, ma ciò nonostante, tutto questo ha creato un incontro intenso a livello performativo».

La danza e il corpo femminile: quali le suggestioni?

«Siamo partite da noi, da quello che per noi era importante come donne, per creare qualcosa che potesse parlare a tutte le donne e a tutti gli uomini. Il ciclo mestruale è sicuramente un fattore molto importante, anche per i maschi, che condiziona fortemente tutto quello che ci sta intorno ed è ampiamente sottovalutato, in un contesto maschilista. C’è un sacco di potere nel ciclo e da qui siamo partite, credendoci e sentendolo».

È stato come scoprire un potere occulto?

«Sì, per questo abbiamo affiancato a qualcosa di molto espressivo e sentito, ironicamente, anche il percorso scientifico. Già il titolo, Esemplari Femminili, rappresenta un linguaggio molto ironico e patriarcale. Quindi ogni riferimento è passato attraverso l’ironia e il pensiero di una riscoperta di un potere tutto al femminile. Dopo la parte scientifica viene quella più introspettiva, ma sempre molto ironica».

E poi è stata aggiunta la lingua dei segni, la Lis?

«L’anno scorso, all’interno del festival del silenzio, abbiamo incontrato Rita Mazza con cui abbiamo fatto questa versione in Lis, integrando il linguaggio dei segni. È stato un ulteriore passo verso un’accessibilità maggiore: “esemplare di donna segnante” che non traduce solo, ma partecipa a quello che accade. Il lavoro non è cambiato nella sostanza, ma è migliorato molto, avendo la fortuna di crescere con Rita».

Molti coreografi hanno studiato filosofia: quanto i tuoi studi umanistici influiscono sul lavoro di coreografa e danzatrice?

«Credo che si vada sempre più verso l’annullamento della separazione fra le varie arti. In un focus di multiculturalismo ci dovrebbe essere una grande integrazione di culture. Ho fatto molti laboratori con donne migranti e progetti per la costruzione di compagnie di danza straniere che prevedano l’integrazione culturale. Sto lavorando molto per difendere e tutelare una società di diritto che riconosca le altre culture. La mia filosofia contempla il desiderio di proporre nuovi linguaggi al di là degli spettacoli: è il mio modo personale di vivere la realtà che si nutre degli studi che ho fatto».

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