Falstaff: una rock star decaduta

Falstaff, terzo e ultimo titolo operistico della Stagione della Fondazione Rete Lirica delle Marche, debutta al Teatro della Fortuna di Fano sabato 9 febbraio (h 20,30), nello stesso giorno in cui l’ultima fatica teatrale di Giuseppe Verdi andò in scena per la prima volta trionfalmente al Teatro alla Scala nel 1893. L’anteprima giovani è prevista per oggi alle ore 17. (Info: 0721.800750).

L’opera verrà poi proposta al Ventidio Basso di Ascoli Piceno sabato 16 febbraio (anteprima giovani giovedì 14 febbraio) e al Teatro dell’Aquila di Fermo sabato 23 febbraio (anteprima giovani giovedì 21 febbraio).

Per questa prima coproduzione nazionale della Rete Lirica delle Marche con il circuito di OperaLombardia e il Teatro Marrucino di Chieti, si è scelto un team creativo fra i più interessanti emersi negli ultimi anni, composto da Roberto Catalano (regia), Emanuele Sinisi (scene) e Ilaria Ariemme (costumi). Sul podio dell’Orchestra Sinfonica Rossini ci sarà Francesco Cilluffo, una fra le bacchette italiane più seguite in questi ultimi anni. Nel ruolo del titolo il baritono Misha Kiria, con al suo fianco un nutrito cast vocale di interpreti dell’ultima generazione.

Roberto Catalano, “tutto nel mondo è burla”: è questa la morale di Falstaff?

«Sì, anche di un Verdi che arrivato alla fine della sua esistenza lascia in eredità al mondo una visione della vita propria degli uomini che hanno sofferto: un sorriso. Di fronte alla morte tutti i dolori si relativizzano, non è un caso che le parole del libretto di Boito siano “ride bene chi ride la risata finale”. Ridere è l’unico strumento a nostra disposizione per fronteggiare l’insensatezza delle cose e Falstaff incarna questo messaggio proprio perché sembra infischiarsene».

Come presenterebbe il suo Falstaff al pubblico?

«Nella nostra versione Falstaff è un po’ una sorta ex rock star decaduta: ha un passato glorioso che ora è appesantito dal tempo. È invecchiato, ma crede ancora di essere quello di prima, un’anima che vorrebbe volare con un corpo che glielo impedisce. Uno dei riferimenti del nostro lavoro drammaturgico è stato quello di immaginare la capacità dei bambini di poter trasformare le paure in cose che non spaventano: una trasformazione della realtà propria dei bambini e degli anziani, capaci di sorprendersi ancora per un raggio di sole».

Uno strano connubio lega diversi danzatori alla laurea in filosofia: anche per lei è stato così?

«Devo sfatare questa cosa, ho fatto sì danza, ma solo per 3 anni: ero abbastanza scarso, lo diceva mia madre che era l’insegnante, ma è stato un modo per accedere al teatro. La scelta di fare filosofia ti aiuta, in questo mestiere, a porti delle domande, a mettersi in discussione e siccome questo è il luogo dove occorre riempire dei contenitori vuoti con la linfa del processo di creazione artistica, direi che è l’ideale».

Che cosa ha scatenato il suo interesse per la regia?

«In realtà un episodio molto simbolico ma anche banale, mio nonno mi regalò un teatrino di legno a 3 anni e, contemporaneamente, mia nonna aveva un negozio di abbigliamento a Palermo frequentato dalle cantanti che ci regalavano i biglietti per l’Opera. Così, fin da piccolissimo, ho frequentato il teatro e ricordo ancora quel fortissimo odore di velluto che mi investì come un’onda. Vidi la Bohème e sia per quello che per mia madre, scoprii che quell’odore sarebbe stato il mio destino, nella fascinazione del buio, del sipario, delle storie».

C’è un’opera che sogna ancora di realizzare?

«Mi piacerebbe molto Bohème, appunto, sarebbe come chiudere un cerchio: Ne feci una versione per i licei e quindi un po’ reinventata, ma ho davvero il desiderio di realizzarla, è uno dei miei sogni».

Cosa pensa di Rossini? Le piacerebbe affrontarlo al Rof?

«Ho realizzato due Barbieri e quindi l’ho frequentato per un periodo: posso dire che lo trovo molto rock e che riesce a tirar fuori sensazioni che sono le stesse che provi quando ascolti un pezzo che ti fa ribollire il sangue e spinge la fantasia in modo molto potente anche quando devi cercare di raccontarlo. Credo sia un genio e trovo il Rof un’operazione di grande intelligenza nel riscoprire il suo lavoro che va ben oltre le opere più famose».

 

 

 

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