Francesco Mandelli in scena a Urbino

Al Sanzio di Urbino, nell’ambito di TeatrOltre, giovedì 7 febbraio, il monologo “Proprietà e atto” (esilio permanente) del celebre drammaturgo del teatro minimale americano Will Eno, è portato in scena da Francesco Mandelli, diretto da Leonardo Lidi. Volto noto in tv, da Mtv Italia a Quelli che il calcio, regista, sceneggiatore, musicista, conduttore televisivo e scrittore, Mandelli si reinventa a teatro e questi ultimi mesi sono stati per lui particolarmente prolifici: un libro “Mia figlia è un’astronave” e un film come regista, sul bullismo, “Bene, ma non benissimo”.

Mandelli, come possiamo definirla: attore, conduttore, musicista, regista…

«Diciamo che sono uno che si stanca facilmente delle cose. Sono molto curioso e mi diverto a fare questi lavori dove ho la possibilità di sperimentare, esplorare fare tante cose diverse. Penso sia giusto poter anche cambiare: magari il pubblico vorrebbe che tu facessi sempre lo stesso personaggio, ma non può essere così perché si cambia, si cresce, si ha voglia di dire cose diverse. Magari si rischia, ma è bello anche questo».

Ora un debutto a teatro con un testo particolare?

«È una bella sfida, ma mi sono subito innamorato di questo testo, anche nella sua difficoltà. In realtà feci il mio primo spettacolo teatrale a 11 anni, nel mio paese e lì che ho scoperto quanto mi piacesse recitare, anche se poi ho preso strade diverse, televisione cinema, ecc. Anche con i Soliti idioti ho fatto teatro, ma abbiamo preferito finire prima che la gente ci chiedesse di farlo. Diciamo che in questo ultimo periodo ho iniziato a scegliere di più cosa fare».

Essendo un testo americano, quanto è vicino alla cultura europea?

«Molto, anche perché non si parla di essere stranieri in una qualunque cultura, in un posto, ma anche come emozione. Partendo da me che non sono più il Francesco di prima e questo testo rispecchia anche questo mio momento, il concetto di essere io per primo straniero nel mio ambiente. Il regista mi ha aiutato moltissimo a entrarci, esplorandolo e scavandolo, cercando di farlo mio. Puoi sentirti straniero anche con la tua famiglia solo perché ti trovi a pensarla in maniera diversa: questo testo approfondisce tanto l’incontro e vive in simbiosi con il pubblico».

Un viaggio indagatore all’interno della figura e del termine “straniero”?

«Straniero, strano: indaga anche l’importanza delle parole, che abbiamo un po’ perso. Io vengo da un paesino e sono venuto a vivere a Milano: mi sento ancora un provinciale. Credo che occorra sempre mettere a fuoco da dove arrivi per sapere dove sei. Mi piace il fatto che il pubblico esca da teatro “sorpreso” di aver visto qualcosa di diverso».

Sono stati mesi molto intensi, nelle sale il suo film e in libreria il suo libro?

«La difficoltà non è arrivare al successo ma è il dopo, occorre saper voltare pagina e dire altre cose. Oggi, rispetto a quando ho iniziato, ci sono temi che mi stanno molto a cuore la famiglia e i giovani, avendo avuto una figlia sono diventato molto sensibile. Per anni mi sono preoccupato di far ridere, ora volevo raccontare delle storie: il pubblico che ti segue cresce con te ed è probabile che si nutra, crescendo, delle stesse cose. C’è da vincere la diffidenza rispetto al comico che cambia registro: fermarmi mi è servito a riorganizzarmi e tutto il grande consenso popolare non mi interessa più».

Lei è costantemente in contatto con i giovani, rispetto alla sua generazione, cosa è cambiato e come?

«Nel mio caso un bel giorno ti svegli e non sei più “giovane”. Che le generazioni cambino te ne accorgi dal linguaggio: io e mio padre eravamo molto più vicini, rispetto ai genitori di oggi con i teen ager. La rivoluzione digitale ha cambiato tutto. Io cerco sempre di vedere tutte le cose con ironia, perché l’ironia non giudica, ma ti permette di vedere le cose da un’altra prospettiva. Sono molto curioso di sapere come si evolveranno queste nuove generazioni comunque…».

Info: Teatro Sanzio 0722 2281

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