Gianni D’Elia: Vero e Bellezza in un binomio indissolubile

La poesia in scena: giovedì 4 aprile, al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo (h21.15), Teatri d’Autore propone “L’infinito marchigiano. Da Leopardi ad oggi”, un incontro con il poeta Gianni D’Elia accompagnato dal violoncello di Perikli Pite.
Nato e vissuto a Pesaro, Gianni D’Elia è una delle menti più illuminate della nostra città. Una città che ha saputo raccontare con un sublime sguardo poetico, senza sconti e senza privilegi, restituendone l’essenza e l’immaginario. Luoghi, persone, ricordi che evocano un paesaggio urbano in un sentimento intimo e profondo. Una città da cui ha ricevuto, qualche giorno fa, un meritato riconoscimento.
A duecento anni dal capolavoro giovanile leopardiano, la serata offre una rilettura critica, dentro il paesaggio dell’Infinito. Gianni D’Elia, la cui poetica si muove nella tradizione della poesia civile di Leopardi e Pasolini, e a cui la prestigiosa rivista francese “Conférence” ha recentemente dedicato ben 30 pagine in un montaggio storico e politico dai primi versi del poeta pesarese fino ai Fiori del mare (Einaudi 2015, alla terza ristampa) affronterà l’eredità di vero e bellezza.

Leopardi e l’infinito: una grande eredità?
«Cercherò di mostrare l’eredità che abbiamo, in particolare noi marchigiani, di vero e bellezza unite, per uscire da questa ideologia dominante della bellezza unita solo agli estetismi. La bellezza senza la ricerca del vero non arriva da nessuna parte: è questo il messaggio della grande letteratura. Occorre riprendere coscienza di questo genius loci che ha prodotto arte e in tre secoli e mezzo ha incrociato qui una risonanza continua. Lo stesso paesaggio da cui sono scaturite le meraviglie dell’Arte: pittura, musica e parola. Un genius loci declinato in un sublime popolare, non solo per i colti: dalle romanze di Rossini all’arte di Raffaello e Leopardi che aveva molta coscienza popolare».

Un’eredità ancora nell’aria?
«Un’eredità che ci portiamo dentro: atomi epicurei di questi grandi ancora nell’aria, nell’armonia umana tra vero e bellezza, fino alla poesia marchigiana del ‘900 di Volponi e Scataglini».

Fino alla sua, visto che all’interno dei Fiori del mare, in Vox Pisauri, c’è un suo riferimento all’Infinito di Leopardi?
«Il riferimento lì è proprio alla scultura di Mattiacci, l’alta stele, la grande vela d’acciaio, capolavoro leopardiano che abbiamo in questa città: il simbolo dell’arte universale attraverso la lettura del cosmo, la scultura più bella e importante dell’Adriatico».

Una tradizione infinita?
«L’altro punto è il rapporto con il sonetto del Foscolo, “Alla sera”: scopriremo come certe parole chiave di Foscolo ritornino nell’Infinito. Temi e sviluppi sorprendenti di cui mi sono reso conto in questi anni, leggendo e recitando questi versi insieme, sovrapponendoli a volte, nelle mie passeggiate nel giardino degli Orti Giulii. Leopardi lo avrà fatto apposta? Conoscendo la sua grandezza credo proprio di sì».

E ancora…
«C’è anche un altro aspetto: Leopardi voleva scrivere una lettera ad un giovane del XX secolo: non lo fece ma ci sono tracce di questa intenzione nello Zibaldone, riguardo alla gioventù, giovinezza e giovani. Tenterò di rispondere a questa sua lettera con i versi della mia Il giovane Giacomo, che voleva celebrare l’ardore infinito della gioventù, la maggiore forza dell’umanità, apice e perfezione della natura umana, cosa di cui i politici non tengono conto e che invece ho visto nella manifestazione in difesa del clima dove si reclamava una palingenesi contrapposta alla crescita, con dei giovani che usavano slogan in latino ed è incredibile che il latino, la tradizione infinita, ritorni ad essere la lingua della protesta. C’è speranza!».

L’amore per la sua città, ricambiato da un premio appena ricevuto?
«L’amore per la città, ma anche per la grande “città adriatica” da Venezia a Bari: questa specie di California, questo modo di sentire e vivere nell’Italia consumista con un testo a fronte mistico e culturale, fatto anche di un interno ricco di musei, biblioteche e arte. Sono stato contento perché questa riconoscenza la ricambio alla città che è stata la mia università dell’immaginazione: così come Ferlinghetti disse “sono il poeta laureato di San Francisco”, io lo sono di Pesaro. Tra tutti i riconoscimenti che ho avuto, questo è il più bello e tanti altri artisti lo meriterebbero, altri che lavorano nell’ombra, come il nostro amico Roberto Coli, che fa dei quadri con i frantumi marini, mosaici di calcare fantastici, lo stesso lavoro che io faccio nelle poesie, o anche giovani poeti come Loris Ferri».

 

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