Gino Strada nelle Marche per il Festival Animavì

Dopo il rinvio dello scorso settembre per motivi di salute, Gino Strada ha mantenuto la sua promessa e ieri è giunto nelle Marche per ricevere il premio Pettirosso del Festival Animavì nella suggestiva location del teatro Misa di Arcevia, in provincia di Ancona. In mattinata ha visitato il monastero di Fonte Avellana, alle 17 è passato per la Cantina Terracruda di Fratterosa e alle 20.45 era in teatro, per l’incontro moderato dall’attrice Valentina Carnelutti, già madrina di Animavì nell’edizione di lancio del 2016, dopo la proiezione di Open Heart, il film documentario di Kief Davidson, candidato per l’Oscar al miglior cortometraggio documentario.

Il fondatore di Emergency abituato alle zone di guerra e ai luoghi più “feriti” della Terra ha ricevuto il Premio Pettirosso, realizzato dall’artista Pergolese Walter Valentini, il nuovo riconoscimento dedicato alla persona introdotto nel festival Animavì 2018. «Il premio Pettirosso è una novità che abbiamo introdotto quest’anno per marcare il lato umano oltre che quello artistico del nostro festival. – spiega il direttore organizzativo Mattia Priori – Le storie delle persone sono state sempre al centro della scena di Animavì al fianco delle opere artistiche cinematografiche. Al Bronzo Dorato, premio assegnato al valore artistico e che rappresenta il simbolo della nostra città, ne affianchiamo uno dedicato a chi nella propria vita ha inseguito il suo grande sogno carico di ideali fino a renderlo possibile. Storie che ci auguriamo siano un forte messaggio di incoraggiamento a credere nelle proprie idee. Un messaggio di cui, in particolare i nostri territori interni, hanno davvero bisogno».

Nelle Marche per ricevere un premio “alla persona”: perché è giusto ricevere questo premio, secondo lei?

«In realtà lo hanno deciso loro e mi ha fatto molto piacere essere qui: non conoscevo questo festival ma ho visto tanti giovani impegnati nel volontariato per creare occasioni di cultura in queste terre. Lo prendo come un segno di apprezzamento per il lavoro enorme che ha fatto Emergency che spesso viene ignorato o messo in secondo piano, a volte denigrato e insultato, specie da questa nuova accozzaglia di politici…».

C’è chi la considera un santo laico e chi non sopporta la sua radicalità pacifista: chi è Gino Strada?

«Gino strada non è assolutamente un santo, è un medico chirurgo e in quanto alla radicalità pacifista fa parte del bagaglio non culturale di questa accozzaglia di cui parlavamo prima. Non sono pacifista sono contro la guerra, per i troppi che hanno osannato e deciso guerre e si dichiarano pacifisti: come ci riescano è un problema loro, probabilmente non sanno il significato delle parole. Sono un medico chirurgo che ha operato per più di 30 anni feriti in guerra: sarei uno schizzato mentale se fossi a favore, mi sembra logico, naturale e assolutamente umano».

Lei non conosce bandiere, se non quella di un’umanità abbandonata a sé stessa: rispetto all’inizio del suo lavoro, oggi è più difficile portarlo avanti?

«Molto più difficile oggi, perché il mondo direi e non solo l’Italia, lasciando perdere i bulli che adorano le marce e le divise, è cambiato e, a mio avviso, sta ripercorrendo la strada che è stata devastante nel secolo scorso. Perché ovviamente non è una fotocopia, ma è una strada basata sugli stessi principi, il primo dei quali è il razzismo. Sono un appassionato della Storia dell’Europa di quel periodo e ho i brividi ogni volta che leggo un nuovo libro o film su quegli eventi: le similitudini sono troppe e mi fa paura che, come allora, ci sia poca resistenza. Spero che le cose non vadano in quel senso: il razzismo, elemento cardine di oggi, è l’anima del fascismo. Siamo in un paese fascista per molti aspetti e per altri aspetti governato da una massa di incompetenti e arroganti: questa cosa è un mix molto pericoloso ed esplosivo. Spero non sia vero che oggi la stragrande maggioranza degli italiani è con questi signori disumani oltre che volgari, spero sia una grossa bolla che è passata nei media con i meccanismi di oggi».

“Io non mi sento italiano, ma per fortuna, purtroppo, lo sono”: quanto si riconosce in questa affermazione di Gaber?

«Mi riconosco al 100 % è proprio così in questo momento: non posso dire mi vergogno di essere italiano perché siamo di fronte e a fenomeno non italiano ma mondiale. Mi vergogno di essere cittadino di questo pianeta che ancora non ha capito che unica strada possibile è quella di smettere di ammazzarsi a vicenda, ma pare che questo concetto che sembra banale, sia difficilissimo da comprendere per i potenti e per le classi dominanti».

Quale futuro prossimo vede?

«È difficile fare pronostici, a me sembra impossibile che gli italiani, milioni di persone siano cambiati così tanto in poco tempo: non è un problema ideologico né politico, ma addirittura antropologico. Girando per l’Italia vedo persone diverse, che hanno voglia di fare sentire la loro voce, la loro umanità, molto diversa da questa politica spregevole, gretta ed egoista. Qualche reazione c’è: non credo siano tutti d’accordo nell’ammazzare persone stando a guardare mentre annegano…».

E nel futuro di Emergency?

«Credo sia importante questo lavoro: Emergency è una realtà italiana che ha curato oltre 10 milioni di persone nel mondo. Spero possa continuare a vivere, a svilupparsi: siamo molto riconosciuti a livello internazionale, molto meno in Italia…».

FOTO GENTILMENTE CONCESSA DA SILVANO BACCIARDI

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