Giulietta e Romeo: poesia del corpo

In scena al Teatro Rossini di Pesaro lo storico Giulietta e Romeo. L’Opera del 1989, già trionfalmente ripresa dalla compagnia negli anni Duemila, su musica di Sergej Prokof’ev, rinasce in questo nuovo allestimento per il Balletto di Roma curato sempre da Fabrizio Monteverde.
Rinnovato nell’allestimento e nel cast, Giulietta e Romeo, una delle produzioni di maggior successo della compagnia del Balletto di Roma firmata dal coreografo e regista Fabrizio Monteverde è il primo dei sei appuntamenti della stagione di danza al Teatro Rossini di Pesaro, in scena giovedì 26 ottobre.

Una riscrittura drammaturgica originale, percorsa dai fotogrammi inquieti del cinema neorealista e autonoma nell’introspezione dei personaggi: l’opera di Fabrizio Monteverde denuda la trama shakespeariana e ne espone il sentimento cinico e rabbioso, così vicino al suo stesso impeto coreografico. Ne nasce una narrazione essenziale ma appassionata, lirica e crudele, che come il cerchio della vita continuamente risorge dal proprio finale all’alba di un nuovo sentimento d’amore.

Giulietta e Romeo ha fatto la storia della danza italiana: quali sono le emozioni di una ripresa?

<E’ stata una scommessa: con delle interruzioni, ma è uno spettacolo che è stato sulla scena per 30 anni. Lo riproponiamo senza “ospiti” famosi, nel suo stato più puro, senza cambiamenti o adattamenti: per questo è ancora una grande emozione. Non sono presuntuoso, ma sono orgoglioso che una coreografia abbia superato le 2000 repliche! Ogni volta che lo rivedo scopro cose nuove, meravigliandomi di come 30 anni fa fossi così coraggioso e incosciente!>

L’atmosfera shakespeariana vive attraverso il sentimento dei protagonisti?

<Ho una frase chiave per esprimere questo concetto: quando leggo un soggetto o un dramma e penso a mettere in scena quelle parole, in realtà trasformo lo spazio bianco tra una riga e l’altra. La mente si sofferma sulle parole e le trasforma in emozione. Il dovere della danza è dare emozione: cuore, pelle e arrivare alla testa.>

Come si narra con il corpo?

<Si tratta di creare empatia con i propri strumenti che sono teste pensanti, quindi creare sintonia con i ballerini coinvolgendoli il più possibile anche nella trasformazione della trama e del soggetto. Se ci credono loro ci crederà anche il pubblico.>

La sua è una lunga e intensa carriera: quali sono stati i passaggi fondamentali della sua formazione?

<Sono un po’ anomalo, tutto mi è capitato un po’ per caso, vivo la mia carriera per tappe che hanno cambiato e aperto porte diverse. Sicuramente la tappa principale è stato l’incontro con Cristina Bozzolini e il Balletto di Toscana che ha “certificato” il mio essere coreografo e poi il lavoro con il Balletto di Roma, col quale collaboro dal 2000 e che mi ha dato carta bianca e fiducia. Poi l’ultima tappa: “Il lago dei cigni, ovvero il Canto” è il mio ultimo lavoro: bisogna avere anche il coraggio di dire basta.>

Lei ha sempre preferito creare più che interpretare?

<Il mio narcisismo lo utilizzo in altri ambienti! Ho danzato, ma ho sempre avuto l’istinto da regista: stare fuori e comandare mi sembrava molto più divertente e soddisfacente. Danzare significa andare in tournée e anche tenersi allenati e io sono molto pigro: così invece il mio lavoro si conclude con la messa in scena.>

All’estero la danza ha un grosso peso nelle stagioni teatrali, in Italia si fa sempre un po’ più fatica: manca un’educazione?

<Manca la cultura, determinata anche dalla politica, dai soldi, quindi di nuovo la politica. La danza è sempre stata la cenerentola, la cultura in generale soffre molto oggi. Ma forse è anche colpa della danza che, in alcuni casi, ha proposto cose al limite della decenza: la mia idea di fare teatro è sempre stata di fare in modo che arrivi alle persone e non una operazione onanistica. E’ passato il concetto che tutti possono stare sul palco, ma la tecnica per me è imprescindibile.>

Cosa è cambiato da “Bagni Acerbi” il suo esordio nel 1985?

<L’incoscienza c’è sempre. Allora raccontavo la storia di ragazzi nel passaggio da bambini a uomini: io ancora mi sento un po’ così, ho la fortuna di aver fatto un lavoro che mi ha gratificato, non un lavoro ma un piacere. Ora vivo a Cuba e questo la dice lunga sull’incoscienza, ma avevo bisogno di nuovi orizzonti e panorami. Non so dire cosa farò da grande e mi piace questa cosa.>

 

Info: Teatro Rossini 0721 387621. Inizio spettacolo ore 21.

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