I Baustelle in “stato di grazia”

di LUCA PETINARI – Stanno facendo strage di sold out in tutta Italia i Baustelle con il loro L’Amore e La Violenza Tour. Non da meno poteva essere la tappa pesarese, inserita nel contesto della kermesse Playlist Pesaro organizzata da AMAT, che ha richiamato al Teatro Rossini un pubblico di tutte le età. Il trio toscano composto da Francesco, Rachele e Claudio ha presentato l’ultima fatica in studio, un album che si distacca dalla sinfonia barocca del precedente Fantasma e riporta in auge la sonorità degli esordi, scandendo ancora di più la componente elettro-pop di stampo europeo (Pulp, Battiato e Kraftwerk su tutti) invasa dalla tradizione cantautorale italiana.

Ad aprire il concerto c’è Lucio Corsi, cantautore anch’egli toscano. Figura androgina e longilinea, suona pochi brani, solo voce e chitarra, tratti dal suo nuovo album Bestiario Animale, presentandoli e decantandoli in maniera ironica e divertente.

BAUSTELLE 2La performance di Corsi riceve calorosi appalusi e poco dopo entrano in scena i tre, accompagnati da altri cinque musicisti. La scenografia è un forte richiamo allo stile anni ’70, di cui i Baustelle sono sempre stati grandi estimatori, con i sintetizzatori a fare da sfondo e il resto della strumentazione, tra batteria, tastiere, basso e chitarre, a contornare il centro del palco. Sopra di loro campeggia una grande scritta illuminata: Baustelle, che sembra essere rubata da un titolo di testa di un film di Godard.

La prima parte dello spettacolo è interamente dedicata al nuovo album: dall’incipit, volutamente interrotto di Love, si passa alla carreggiante Il Vangelo di Giovanni, dove le voci di Francesco e Rachele si armonizzano alla perfezione dando il giusto slancio all’inizio del concerto. Il singolo Amanda Lear scalda l’atmosfera con il suo andamento elettronico e l’irresistibile ritornello, mentre brani come Eurofestival, Basso e Batteria e La Musica Sinfonica accendono il pubblico. Francesco Bianconi si atteggia sul palco come un dandy distratto, tra Serge Gainsbourg e Jarvis Cocker, mentre la minuta Rachele Bastreghi strega il teatro ogni volta che abbandona le tastiere per cantare. Betty, La Vita e Ragazzina sono brani più tenui, ma in grado di esprimere tutta la potenza melodica dei Baustelle, mentre L’era dell’Acquario, Continental Stomp e Lepidoptera offrono sperimentazioni più elettroniche.

Una prima parte eseguita in maniera liturgica, con la massima concentrazione, ma, dopo un piccolo break, gli otto protagonisti salgono nuovamente sul palco, questa volta interagendo molto più intensamente col proprio pubblico. Ed è ai loro fans che viene dedicata tutta la seconda parte, dove i Baustelle rispolverano alcuni dei loro più grandi successi tratti dal vasto repertorio costruito in una carriera ormai ventennale.

Con un certo anti-snobismo la band si rende, paradossalmente, ancora più snob nei confronti di quegli artisti che si risparmiano i brani più apprezzati dai fan a favore di quelli meno blasonati. Ed è così che ad una Charlie Fa Surf seguono Un Romantico a Milano e La Guerra è Finita. Vengono ripescati anche brani storici come Gomma, La Canzone del Parco e La Canzone del Riformatorio, tratti dal loro album d’esordio, segnale di una band che guarda sì al futuro, ma non trascura mai le proprie origini.
I Baustelle, negli anni, sono entrati di diritto tra i grandi protagonisti del firmamento della musica italiana e questa seconda parte di spettacolo ne è la prova. La consapevolezza del proprio ruolo è confermata anche dall’esecuzione di Bruci La Città, brano che Bianconi scrisse per Irene Grandi e che la band sta proponendo con un arrangiamento diverso, struggente. “Ci hanno detto che siamo tristi, snob e citazionisti. Ma voi non dovete dare retta alle nostre canzoni, voi dovete continuare a bruciare”, ha detto Bianconi prima di intonarla. È la confessione di un artista al tiene al proprio pubblico in una serata che ha accontentato tutti, sia i fan storici sia quelli dell’ultima ora. Ma soprattutto è una serata che ci ha riconsegnato i Baustelle in uno stato di grazia dopo che sembravano essersi persi. Poiché “nulla dura per sempre, nemmeno la musica”.

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