I Fratelli Karamazov: un giallo dell’anima

Una delle caratteristiche del teatro di Glauco Mauri e Roberto Sturno è sempre stata quella di parlare dell’uomo di ciò che lo affligge, della fatica del vivere e della speranza che l’uomo può ancora avere. Questo spiega la scelta di un autore caro a Mauri come Dostoevskij nella messinscena de “I fratelli Karamazov” in cartellone al Teatro della Fortuna di Fano (da venerdì 8 a domenica 10 marzo) e il 29 e 30 marzo anche al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.
Mauri interpreta il dissoluto e senza scrupoli Fedor Pavlovic Karamazov, mentre Roberto Sturno dà voce e corpo a Ivàn Karamazov, il più intellettuale e tormentato dei fratelli. Accanto a loro: Paolo Lorimer, Laurence Mazzoni, Pavel Zelinskiy, Luca Terracciano, Giulia Galiani, Alice Giroldini.
La storia de I Fratelli Karamazov ruota attorno ai complessi rapporti della famiglia Karamazov, sotto l’apparenza da canovaccio di un romanzo giallo cela il dramma spirituale che scaturisce dal conflitto tra la fede e un mondo senza Dio.
Alla regia Matteo Tarasco che ha curato con Mauri anche la stesura teatrale, frutto di un grande lavoro di smontaggio e rimontaggio dei capitoli fondamentali del romanzo. Un gradito ritorno dell’attore pesarese nel nostro territorio.

I fratelli Karamazov: esempio di questa nostra società così incline all’incapacità di comprendersi e di aiutarsi?

«È la vocazione della nostra compagnia scegliere testi che parlino dell’uomo. La cosa bellissima di Dostoevskij è come l’uomo abbia la meravigliosa capacità di poter comprendere, una delle cose più difficili. È facile giudicare, condannare: comprendere significa mettersi sempre in gioco, ma non con questo giustificare. Questa enorme pietà che Dio ha per l’uomo viene fuori, in questo autore, in maniera molto poetica».

Lei è legato a questo romanzo per l’intensità del dramma di uno dei temi principali, il conflitto tra la fede e un mondo senza Dio?

«Ivan è quello che rappresenta più di tutti i pensieri dell’autore e abbiamo cercato di mettere in evidenza anche alcune frasi prese dalle lettere di Dostoevskij, perché l’esistenza di Dio è sempre messa in dubbio, ma contemporaneamente la sua figura è presente in noi. Questo testo è una specie di giallo dell’anima che avvince il pubblico che riesce a capire cose importanti della vita attraverso un racconto affascinante, dove, ogni tanto, si inserisce un palpito di poesia».

Nella sua splendida carriera ci sono autori che l’hanno aiutata a tentare di capire la vita, tra cui Dostoevskij appunto?

«È un indagatore di quel mistero che è l’uomo, fatto di luce e ombre, di fango e d’oro, cercando di comprendere cosa è l’uomo, essere meraviglioso e terribile. C’è una battuta fondamentale che dice “Dio  e Satana sono sempre in lotta e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini”. Col cuore si possono commettere anche errori gravissimi, per questo è necessaria la pietà, la comprensione».

A 22 anni ricoprì il ruolo del fratellastro-servo Smerdjakov diretto da Andrè Barsacq: oggi è il dissoluto e senza scrupoli Fedor Pavlovic Karamazov…

«A 22 anni e 15 giorni, per la precisione, accanto a dei monumenti del teatro, tra cui Memo Benassi, Lilla Brignone, Enrico Maria Salerno: anche per l’audacia di un giovane, fu un grandissimo successo. Da allora ho seguito Dostojevskij, mettendo in scena l’Idiota e Delitto e castigo. È decisamente fra gli autori che amo, insieme a Shakespeare e a Beckett. Fedor è certamente un padre degenere, buffone pieno di cose cattive, ma anche in questo la cosa strepitosa è che nei chiaroscuri di questo personaggio c’è un senso di pietà, nella difficoltà che ha l’uomo, a volte, di essere sano».

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