I Miserabili: Branciaroli è Jean Valjean

Franco Branciaroli è il protagonista, questa sera (h21) al Teatro Sanzio di Urbino, Victor Hugo nell’adattamento di Luca Doninelli e la regia di Franco Però. Il secondo appuntamento, della stagione di prosa propone, in esclusiva regionale, una storia di cadute e di risalite, di peccati e di redenzione. Hugo santifica una plebe perseguitata, ma intimamente innocente e generosa. Il grande eroe è il popolo, rappresentato da Jean Valjean, fondamentalmente buono e ingiustamente condannato per un reato insignificante. Branciaroli definisce il suo personaggio «uno strano santo, una figura angelico-faustiana. Il ritratto di un’umanità che forse deve ancora venire».

Jean Valjean: personaggio buono o cattivo?

«In realtà era una specie di criminale sociale, condannato ai lavori forzati per aver infranto la legalità. Civilmente parlando è un maligno, anche se lo fa per motivi umanitari. Il fascino di questo personaggio sta nell’incontro con questo Vescovo che lo spiazza: il paradosso cristiano lo spiazza e gli fa vedere il mondo con altri occhi, quelli della carità. Ha come contraltare il poliziotto Javier che reputa più difficile essere giusti che buoni: entrambi seguono una loro filosofia esistenziale molto interessante».

È anche un personaggio misterioso?

«Ci sono in lui degli aspetti molto misteriosi, tra cui il rapporto con la bambina e il fatto che lui non abbia mai avuto alcun rapporto amoroso. La sua psiche vera è difficile da trovare, ha dei lati che non vengono esplorati: è una specie di strano archetipo che ha qualcosa di mitico».

E come ha affrontato l’interpretazione di questo Valjean?

«Seguendo esattamente quello che ispira: un monolite con una recitazione che oggi potrebbe essere dichiarata datata, ma lui è un uomo di ferro, con vocione basso quasi monocorde. Poi parla pochissimo nel romanzo, è Hugo che parla per lui. In scena è come vedere un uomo di pietra che si muove, parla poco ma quando parla coglie nel segno».

E chi sono i miserabili di oggi?

«L’aggettivo miserabile è oggi usato in modo dispregiativo, ma allora era sinonimo di povertà, di persone perseguitate che subiscono crudeltà e destini terribili. La povertà non la puoi combattere, ma gente così da noi non credo ce ne sia più, forse in altre parti del mondo si».

Il teatro è un modo per raccontare la letteratura?

«Con cautela però, perché poi non si fanno più testi di drammaturghi giovani e contemporanei. Può essere una scheggia, ma questo spettacolo è solo un lampo su uno dei più giganteschi romanzi della storia della letteratura».

È meglio essere fortunati o felici?

«Sono legati, è difficile essere fortunati e infelici».

Lei si sente fortunato o felice?

«Non credo alla felicità, per me esistono degli attimi di felicità per contrasto all’infelicità. Una felicità costante non esiste, non si apprezzerebbe nemmeno».

Nella sua meravigliosa carriera a quale personaggio è rimasto più legato e quale le è risultato più difficile interpretare?

«Quello che amo di più è il protagonista de Il Teatrante di Bernhard, Bruscon. Quello che mi è riuscito di meno è il Macbeth: porta sfortuna agli attori perché non viene mai bene, non mantiene le promesse e lo pensano tutti gli attori che lo hanno interpretato. Ma ormai è una sfida e lo riaffronterò».

Info: biglietteria del teatro 0722 2281. Inizio spettacolo ore 21.

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