I Monologhi della Vagina, oggi.

Uno dei testi simbolo del femminismo al centro del secondo appuntamento con “Rockabaret”, alla Rocca Malatestiana di Fano, è con una nuova versione de “I Monologhi della Vagina”, venerdì 6 dicembre alle ore 21,30. Ad interpretare lo “storico” ed emblematico testo di Eve Ensler, l’attrice Giulia Bellucci, che ha al suo attivo  numerose interpretazioni cinematografiche e teatrali e di recente ha ottenuto il premio come miglior regia al Festival Gad di Pesaro, insieme alla chitarrista Chiara Cruciano. A vent’anni dalla prima pubblicazione dei “monologhi”, l’attrice proporrà una nuova versione  con  contributi e testi inediti, dando voce a più donne con humour trasgressivo, e con un approccio teatrale divertito, fantasioso e drammatico al tempo stesso. Uno spettacolo/manifesto dalla parte delle donne, con un punto di vista originale. 

Un testo del 1996 che arrivò in Italia nel 2001: cosa è cambiato?

«L’autrice, nella prefazione, dice che ha bisogno di parlare di vagina perché non è previsto che se ne parli, non è conveniente non è opportuno. Oggi tutti parlano di vagina: ci sono vagine nei social vari o nelle pubblicità. È cambiata la comunicazione e siamo diventati quasi bulimici, ma pur essendo cambiato diametralmente il punto di partenza, in realtà non è cambiato nulla perché si parla ma “non si dice”: pur essendo spronati a parlarne è comunque, culturalmente, ancora un tabù e non se ne parla in modo sano».

Perché, secondo te, desta ancora imbarazzo questo titolo?

C’è un empasse enorme anche se non è un termine volgare: culturalmente la donna è abituata a vergognarsi fino a sentirsi in colpa per la sua vagina. Nel ’96 censurarono addirittura il titolo in I Monologhi della V. La società ci spinge molto a parlarne, fino all’esibizionismo, ma nel nostro profondo siamo rimaste lì e c’è una discrasia assoluta. Rispetto al sesso, culturalmente, siamo molto pudichi, ma poi girano video porno ovunque e, in fondo, ci rimette la donna che non ha un rapporto sano e sacro con il suo corpo».

Nella rappresentazione del 2001 c’erano diverse donne interpreti: come ha scelto di metterlo in scena?

«Io sono partita da una donna, che sono io, e ho cercato di mettere in scena tutte le sfaccettature e le sfumature femminili attraverso dei personaggi che però possono anche essere parti di me.

Come donna e come attrice qual è il messaggio che le piacerebbe che passasse con questo spettacolo?

«Se il femminismo che mosse Eva Ensler fu un movimento motore fondamentale per l’emancipazione femminile, io , oggi, vorrei invece parlare di rispetto. Proprio perché siamo in un momento di grandi estremismi, vorrei parlare di donne in modo “sano” per riscopre il rispetto e riscoprirci esseri umani  e donne. Una richiesta di ascolto, rivolta a uomini e donne».

Ci sarà anche un omaggio a Franca Rame?

«Sì, ho voluto fare un piccolo omaggio a lei nella sezione dedicata al sesso, in ricordo del suo altrettanto storico spettacolo».

Attrice e regista, da poco vincitrice del premio di regia al Gad: è difficile la vita di una regista donna?

«In realtà sono regista per esigenza: perché voglio essere attrice! Sono regista perché, essendo donna e avendo due figli a casa, devo resistere: la mia esigenza è quella di fare tutto da sola…».

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