I ragazzi del massacro: andare oltre le apparenze

Le affascinanti atmosfere del romanzo di Giorgio Scerbanenco, uno dei maestri del giallo anni Settanta, “I ragazzi del massacro” sono in scena, martedì 19 marzo alle 21, al Sanzio di Urbino, a cura di Teatro Linguaggicreativi.

Alle ore 18.30, nella Sala del Maniscalco, si svolgerà l’incontro con la compagnia e il regista Paolo Trotti in collaborazione con Centro Teatrale Universitario Cesare Questa.

Vincitore del bando “Next 2018. Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo”, “I ragazzi del massacro” è uno spettacolo sulla giustizia, sulla necessità di perseguire la verità anche quando tutti sono convinti del contrario, ma anche, e soprattutto, sull’importanza del pensiero autonomo. Il protagonista, Duca Lamberti, indaga su un atroce delitto, ma non si arrende alle apparenze: crede che la giustizia sia sopra ogni convenienza.

Paolo Trotti, uno spettacolo sulla verità e la giustizia?

«Si, da una parte sì: verità e giustizia intese come andare oltre la cosa più comoda, nel senso che spesso si fermano a un primo sguardo, senza nessun tipo di implicazione politica, anche solo per comodità. Invece il protagonista di questo testo è una spina nel fianco della polizia, con cui collabora, nella ricerca continua del senso di qualcosa che va oltre le apparenze».

Un pensiero molto attinente con l’attualità?

«Ci vuole un pensiero un po’ più complesso per non fermarsi solo alle apparenze, come spesso sottolinea anche Saviano: siamo carenti di pensieri complessi».

Anche sull’importanza di un pensiero autonomo?

«Esatto, il protagonista non si allinea. Abbiamo ambientato la storia durante il ‘68, posticipandola quindi di qualche anno, ma anche qui, il protagonista non si uniforma nemmeno al pensiero della sua compagna, nonostante sia una sociologa impegnata: lo ascolta, ma mantiene la sua autonomia e questo lo rende un personaggio molto scomodo e molto libero».

Uno dei punti fermi del teatro di Linguaggicreativi è “con un sorriso verso il passato e lo sguardo proiettato al futuro?

«Lo spettacolo precedente è stato “la nebbiosa” di Pasolini, sceneggiatura di un film mai girato che parla delle scorribande notturne, a Milano, dei figli del proletariato e dei borghesi che si sentono autorizzati a fare ciò che vogliono, compresa la violenza verso l’altro. Un altro tema molto attuale come quello di Scerbanenco, perché quei ragazzi sono coloro che comandano oggi».

Quasi 10 anni di teatro per la vostra compagnia: quali le urgenze di oggi, rispetto a ieri?

«L’urgenza è sempre la stessa: provare a parlare del mondo in cui viviamo sia come forma artistica che con un profondo senso politico, dove politico è inteso parlare di quello che succede, senza banalizzare e senza retorica. Vedo, intorno, poche occasioni per fare questo: è più facile rifarsi ad autori morti piuttosto che affrontare drammaturgie contemporanee che mettono in discussione quello che accade. Ma anche la scrittura teatrale è, purtroppo, ancora ferma».

Nel vostro manifesto compaiono diversi stimoli alla lettura di alcuni testi fondamentali, ma soprattutto l’invito a “leggere il mondo e leggerlo bene”…

«L’invito è a vivere, ad essere partecipi di quello che succede. L’idea del Manifesto mi è venuta lavorando sulla drammaturgia contemporanea: spesso incontri persone preparatissime sulle loro materie di studio, ma a cui manca una visione fuori dalle loro specifiche. Con le letture, con il teatro è possibile, invece, approcciare nuovi mondi».

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