Iaia Forte e Ánema: Napolide

Poliedrica e sempre affascinante, Iaia Forte dà voce ai testi dello scrittore napoletano Erri De Luca insieme agli Ánema, giovedì  23 gennaio alle 21 al Teatro Sanzio, con “Napolide”, un viaggio attraverso le bellezze e le contraddizioni di un posto unico al mondo, Napoli.Un racconto poetico e melodico che partendo dai grandi capolavori della musica napoletana (al violino Marcello Corvino, chitarra Biagio Labanca, contrabbasso Massimo De Stephanis, oud, tamorre e mandolino Fabio Tricomi), ce le riconsegnano in una veste inedita. Il canto è affidato agli strumenti canonici quali il violino, il mandolino, la chitarra, ma anche l’oud, strumento arabo che racconta quanto Napoli sia nel Mediterraneo, con i suoi suoni, i suoi strumenti e le sue melodie dalle radici diffuse, antiche e profonde.

Napolide: raccontare il cuore di una città e la sua musica..

«È stata una proposta che mi ha fatto Corvino e che ho accolto con molta gioia perché loro sono dei musicisti bravissimi e insieme componiamo una serata in cui le riflessioni di De Luca, anche dure a volte, con un suo sguardo anche verso l’abbandono, offrono un viaggio nelle varie dimensioni dell’essere napoletano, mai folkloristico. De Luca descrive perfettamente anche le varie figure e categorie: dai pensatori, che si stanno estinguendo, al calcio, al rapporto col mare».

E quello con la musica

«Certo, cantiamo e re-interpretiamo delle melodie napoletane conosciute. Mi diverto molto a fare la cantante e per il pubblico è coinvolgente riconoscere le canzoni che fanno parte di questa antica e meravigliosa tradizione».

Che cosa significa esser napoletani per Iaia Forte?

«Avere una propria lingua, perché l’italiano è una lingua incerta e per un teatrante, avere un dialetto di appartenenza è un grande privilegio. E poi significa vivere una sorta di contraddizione costante: io non abito più lì, ma la mia memoria biologica appartiene a quella città. C’è un legame fortissimo con il mare come con la città sotterranea: pulsioni così diverse  di luoghi fisici e mentali ancora forti per chi li ha abitati. Quindi nonostante non ami, a volte, certi tipi di folklore e come si utilizza la napolaneità, che arriva ad essere stucchevole, quando le condizioni sono quelle giuste, è un vero privilegio essere di Napoli per un teatrante».

Sul palco musica napoletana di ieri e di oggi?

«Forse più di ieri, ma tutte melodie già famose. Gli Ánema hanno fatto una serie di arrangiamenti  bellissimi usando gli archi e gli strumenti etnici che ridisegnano la struttura musicale di queste canzoni in una forma contemporanea, aggiungendo strumenti tipici del Mediterraneo che creano un’atmosfera caratteristica, curiosa e affascinante».

C’è una canzone, o più di una, a cui lei si sente più affezionata, e perché?

«”Era de maggio”: prima di tutto perché è molto poetica e bellissima, ma soprattutto perché racchiude quello che penso sia qualcosa che appartiene profondamente anche a me: una dimensione di allegria legata ad una profonda malinconia, sentimenti che mi corrispondono moltissimo».

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