Il dolce domani: un’ode al tempo che passa

Ancora un’incursione nella danza europea per HangartFest: venerdì 14 e sabato 15 settembre (h21), con il sostegno della Comunità Francofona del Belgio WBI Wallonie Bruxelles International, alla Chiesa della Maddalena, in scena la prima nazionale de IL DOLCE DOMANI della coreografa italiana Lisa Da Boit. Lo spettacolo, pluripremiato in Belgio come miglior lavoro di danza contemporanea del 2015, porta in scena l’umanità che si trova faccia a faccia con i propri limiti, tra slanci e fallimenti. Un’ode al tempo che passa, un viaggio tra luci e ombre dell’esistenza. Dei fermo immagine che piazzano lo spettatore davanti ad un quadro, dove nel ricomporre i singoli pezzi è possibile cogliere il senso delle cose. Partita da Belluno, nel ’98, alla volta di Parigi e poi di Bruxelles, anche Lisa Da Boit è laureata in filosofia e il suo lavoro è, soprattutto attualmente, molto vicino al sociale.

Come si è articolata la sua ricerca?

«All’inizio vivevo un po’ questo doppio ruolo di danzatrice e coreografa, tra il 2004 e 2007 tutto è diventato più chiaro. La nostra prima attenzione è sempre stata rivolta al sociale. Dopo le classiche domande su chi sono, dove vado e che posto ho nel mondo (dato anche dalla migrazione dall’Italia all’estero), la ricerca si è sempre più affinata nella direzione socio politica: tematiche dell’esilio, la questione del genere, il posto della donna nella società, l’ultimo assolo, che si chiama Ferocia è ispirato ai movimenti guerriglieri delle donne curde, una scelta di campo».

Femminile e politica?

«Come donna, con l’avanzare dell’età, è come se l’esistenza stessa ti porti anche a chiarire la tua posizione: i nodi vengono al pettine, sono laureata in etica quindi ho scelto la parte dell’etica al femminile. Dall’altra parte ho un percorso di danza urbana, collaboro con compagnia francese da 20 anni, danza e architettura in contatto con gli spazi urbani, oltre a collaborazioni dal punto di vista sociale».

Migrazioni e questioni sociali sono i grandi temi del momento..

«Ora ci sono tanti intellettuali che vanno sul campo e mi chiedo fino a dove, con il teatro e la danza, si arriva veramente ad avvicinarsi alla realtà o se magari sarebbe più utile fare una scelta ancora più radicale e andare a lavorare con chi sta nel disagio».

Parliamo de “Il dolce domani”

«È Nato nel 2014 sul tema del tempo, dell’età che avanza, con il desiderio di lavorare con danzatori che avessero passato i 40. La prima domanda che ci siamo posti è se la vecchiaia inizia dal corpo o dalla mente: un modo per interrogarsi sulla danza contemporanea, performance virtuosa o necessità per fare nascere emozioni, cosa tocca di più? Ci siamo ispirati al film di Anneke “Amour”, quindi la questione della vita che cambia: quando sei giovane hai anti progetti, mentre, dopo, ti chiedi se davvero avrai un domani, cosa ti aspetti dal giorno dopo. È stata anche una bellissima esperienza lavorare con corpi diversi che rinviano alla questione dell’immagine che hai di te: in scena ci sono danzatori dai 42 ai 60 anni. L’altra ispirazione dello spettacolo è anche “Il ballo” di Ettore Scola. È uno spettacolo molto “italiano”, sia come colori che come atmosfera».

E qual è il domani della danza secondo lei?

«Io penso che il corpo sia la salvezza, anche se rischio di contraddirmi, nel senso che ricreare le giuste proporzioni rispetto al mondo, necessità dell’aria pulita e della salute, del corpo e dell’aria. Sapersi lasciare attraversare dalle emozioni è una cosa che sta scomparendo ed è sempre più difficile anche liberare le nostre emozioni: io credo che la danza permetta ancora queste esperienze, sapersi ascoltare, la respirazione che porta a guardarsi dentro…Mi sembra che ci sia spazio per la danza nel futuro e soprattutto anche l’esigenza di farla».

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