Io, Don Chisciotte: dedicato ai sognatori

Sarà il Balletto di Roma, con le coreografie di Fabrizio Monteverde, ad inaugurare la stagione di Danza del Teatro Rossini di Pesaro, venerdì 25 ottobre alle ore 21.

A Pesaro la compagnia terrà, nel pomeriggio, anche una masterclass gratuita per gli allievi delle scuole di danza delle città, un’occasione preziosa di formazione per quanti praticano e amano la danza nelle sue diverse espressioni.

Monteverde svolge da oltre trent’anni un lavoro di elaborazione stilistica e drammaturgica che ne rende il segno unico e riconoscibile e, dopo capolavori come “Giulietta e Romeo”, “Otello”, “Bolero”, “Cenerentola”, “Il Lago dei Cigni ovvero il Canto”, ed ora è la volta di “Io, Don Chisciotte”.

Come ha affrontato questa pagina della letteratura mondiale?

«Come al solito, riscrivendola e riadattandola sul mio pensiero prendendo più che la figura il suo aggettivo: “donchisciottesco”. Si intitola “Io, don Chisciotte” non perché autobiografico, ma per raccontare questo personaggio attraverso i miei occhi, il sentirsi un po’ alieno in un contesto che cambia continuamente e in cui si fa fatica a riconoscersi. Personaggi un po’ strabici che vorrebbero vivere la realtà in modo diverso, dagli artisti ai filosofi, che sono degli alieni in questo momento storico».

Qual è il confine tra realtà e illusione?

«È proprio questo il punto, non riconoscere questo confine, come avere un difetto nella vista, come un poeta vede la realtà. Quelli che spesso chiamiamo pazzi sono solo persone che hanno uno sguardo diverso: il confine è difficile da definire e io spero di spostarlo sempre».

«Si può vivere inseguendo i propri sogni?

«Forse il senso del vivere è proprio questo seguire dei sogni. Certo il confine tra sogno e illusione è da definire: il sogno di comprarsi una macchina è aderente alla realtà, mentre il sogno di poter vivere secondo proprie regole e ideali, in un mondo come questo, è solo un’illusione».

Quali erano i suoi sogni da bambino?

(ride) «Tutto tranne che fare il coreografo! Mi sono sempre sentito un po’ alieno, perché ero un ragazzino molto solitario e introverso e questa cosa mi ha portato a decidere di perseguire un mondo fatto di introspezione. Quindi, alla fine, fare il coreografo me lo sono meritato».

Io, Don Chisciotte, rappresenta la rivincita del senso “individuale”?

«Lo spettacolo ha una dedica: agli illusi, a chi viene sconfitto e persiste nel combattere. L’idea mi è venuta osservando le persone che chiedono l’elemosina ai semafori: a Roma, sia d’estate che d’inverno, sono vestiti solo di un cappotto e li chiamano i “cappottari”. Per anni ho visto sempre la stessa persona a un semaforo, figura nobile, cavalleresca: sempre ordinato, ben tenuto, con fare dignitoso, mentre viveva fuori dal mondo, in mezzo a migliaia di macchine. Una figura molto poetica che ti fa pensare alla sua storia, alla sua vita, mentre la gente lo bollava semplicemente come barbone».

Un Don Chisciotte contemporaneo?

«Lui è un Don Chisciotte in mezzo a questi cavalli d’acciaio e ho dedicato a queste persone il mio spettacolo, ma anche a tutti i teatranti, ai personaggi che vivono fuori dalle regole e dal mondo, ai sognatori. Vivere in un mondo parallelo non è una fuga, ma la linfa vitale che ti fa affrontare meglio le cose orripilanti che la quotidianità ti mostra».

 

Informazioni e biglietti: biglietteria del teatro 0721 387621.

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