Irrefrenabile e poetico: Bergonzoni arriva a Cattolica

Dopo Cagli, giunge al Teatro della Regina di Cattolica, la scrittura sciamanica di Alessandro Bergonzoni, venerdì 9 marzo alle 21.15, con il suo ultimissimo lavoro dal titolo “Sii”. Dopo “Urge” e “Nessi”, Bergonzoni ha portato la sua ricerca, non solo teatrale ma soprattutto artistica a 360 gradi, in territori fino ad allora solo sfiorati. Un tutto perturbante che, forse, porta a considerare questo artista non più solamente maestro di cerimonia di una liturgia comica ma anche strumento di correzione ottica per permettere di vedere meglio la vastità in cui siamo immersi.

<Cagli è stata una delle anteprime più belle che ho fatto! Mi ha portato una fortuna pazzesca!> Esordisce Bergonzoni.

Dopo Urge e Nessi sempre più verso una scrittura poetica?

<Io non distinguo più, il titolo definitivo sarà Trascendi e Sali proprio perché non divido più, non riesco più a distinguere: per me deve essere un continuo, un vortice che porta in alto, tira su la risata e la poesia. Faccio grande fatica a raccontare solo una versione drammatica o una versione comica delle cose, ed è necessaria un’apertura per vedere al di là, dove c’è il tutto! Se guardi aldilà, ti abitui a non accontentarti. Io sono impaziente e questo lavoro è fatto attraverso la surrealità: sento il pubblico, lo avverto, ci sta e impara a non dividere nemmeno l’applauso, da una parte la mano poetica e dall’altra la risata.>

Il primo titolo era emblematico “Sii” cosa dovremmo essere o rappresentare oggi?

<Era provvisorio, ma ne ho pensati tanti altri: volevo che si chiamasse “il ruolo del guastafeste nei giorni feriali”…Sii però c’è ancora: sii tu la notizia, il fatto, il padre di Regeni, il bambino dimenticato sulla barca…sei tu, non puoi più dire che ci penserà il nuovo governo, il nuovo partito, sei tu tutti i giorni in strada, quando guardi una donna, quando guidi. E’ un po’ come la teoria del tubetto di colore, io sono schiacciato da questi dubbi: la vita del tubetto di colore è quella di essere schiacciato, sennò non vive, allora è ovvio, la mia forza poetica deriva da questo schiacciamento continuo. Leggo con fatica e impazienza questa malattia della notizia, nero su nero e bianco su bianco. Se l’orizzonte è verticale, cosa c’è all’orizzonte? Mi voglio nascondere e scomparire: qualcuno mi ha detto che in questo spettacolo bisogna cercarmi perché son dietro le cose, ed è questo importante, non vediamo mai cosa c’è dietro le cose. Siamo malati di visualizzazioni, ma non abbiamo la visione: non ce l’ha il politico, non ce l’ha chi guarda il quadro ma non vede dentro, chi non va oltre la notizia, la prima pagina, i titoli. Siamo costantemente portati per mano a destra e a sinistra e io preferisco l’alto.>

Lei riesce a dare forza alla parola fino a mandare segnali forti di indignazione, un percorso non facile ma di grande impatto…

<C’è un riscatto e anche quando parlo con le quinte, danzo con le quinte da un punto di vista derviscico, più che la parola vorrei dar “corpo” alla parola. Mi nutro dei dubbi, mi potrete nutrire dei dubbi e mi chiedo come si può chiamare un padre che perde un figlio. Vado a toccare cose che mi portano ad esser più incisivo, sono dentro al vortice, all’essere tirato su. Non è satira politica quando chiedo come si starebbe con 360 Papi in più, è l’idea surreale di figure portanti che dentro determinati luoghi cambierebbero le atmosfere. L’uomo non è in pericolo, è il pericolo.>

Dai suoi spettacoli si esce contenti, si ride ma si ragiona molto…è d’accordo?

<Come dicevo prima, a me dispiace dividere: come dire ho dormito e al tempo stesso ho sognato. Non c’è lo spettacolo comico, poi l’approfondimento, poi la storia, poi il telegiornale, tendenzialmente la condivisione del tutto è ormai una condizione necessaria. Se vado a vedere un ballerino, guardo il suo corpo, la sua storia, il senso, il suo messaggio: quando si muove, muove tutto il resto. Oggi è tutto diviso, come gli stati, che hanno i confini come gli stati d’animo: io voglio affrontare gli stati d’animo, tutti insieme.>

Ogni volta c’è un grandissimo lavoro di osservazione: quanto dura in media la gestazione di un suo spettacolo?

<Innanzi tutto è stranissimo: da quando inizio uno spettacolo nuovo tutta la roba che comincio a fare ne muove a valanga dell’altra, come quando vai a togliere un libro da sotto una pila di libri. Quella pila di libri che viene giù è tutta inseminazione per il prossimo lavoro. Quindi nei 4 o 5 mesi in cui lo preparo raccolgo la semina degli anni addietro. Materialmente, poi, la messa in opera dura un mese: scegliere la scenografia, non riempirla troppo, trovare qualcosa di magico. Già adesso che lo spettacolo va avanti si è sparso tantissimo nuovo lavoro.>

E come si appunta…gli appunti?

<Qualche sera fa ero al cinema e mi sono ritrovato a scrivere sui biglietti del cinema. Ormai è una condizione di scrittura diabolica, che fai al gabinetto o fermo ad un lato della strada. Mi piacerebbe fare un libro delle cose che ho scritto al buio. Il mio lavoro mi ha portato ad una condizione senza più separazioni, né limiti: metaforicamente è quello che auspicherei alle nazioni che, come gli stati d’animo, non dovrebbero avere linee di confine. Una condizione di possesso, non c’è più un momento in cui non fotografo o scrivo, da quando faccio questo mestiere.>

Le parole sono importanti?

<La parola è importantissima e crediamo di possederla, ma ci sono delle cose che possiedono noi: il pensiero ci possiede. Il pensiero è sospeso nell’aria e c’è già e quando ci arriva possiede immagini, rivelazioni, segreti. Poi, è chiaro, più vai avanti e più dovresti accorgertene, ma è molto difficile separarlo. Quando entro in un ospedale o in un carcere, la visione estrema mi sposta tutta la grammatica del pensiero. E comunque non esiste più il concetto di separazione tra profonda risata e profonda tragedia: è come lo Yin e lo Yang, respirazione, espirazione, un polmone che tira su e butta fuori e il pubblico questa apnea la sente.>

E’ cambiato qualcosa da Cagli e nelle successive anteprime?

<E’ ovvio che le prime repliche siano vissute con maggior tensione, senza nulla togliere a quelle successive. Di Nessi ho fatto 205 repliche ed è inevitabile che tu abbia la capacità di assorbire lo spettacolo sempre di più.>

Info: Tel. 0541/966778

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