Jakob Von Gunten: l’esplosione dei pensieri

TeatrOltre propone, martedì 12 febbraio alle 21 al Teatro Rossini di Pesaro: Jakob Von Gunten tratto dal romanzo di Robert Walser, con la regia di Fabio Condemi, che ha debuttato alla Biennale Teatro di Venezia nel 2018. In scena: Gabriele Portoghese, Xhulio Petushi, Lavinia Carpentieri, drammaturgia dell’immagine di Fabio Cherstich. Uno spettacolo che è stato definito perfetto, colto, semplice e raffinato, realizzato da un giovane regista che si è già distinto per la sua firma essenziale e intensa, e che ha passato a Pesaro la sua adolescenza.

Nato a Ferrara da genitori calabresi, si è poi trasferito a Sassocorvaro e ha fatto il liceo a Pesaro: tornare che effetto fa?

«Mi fa molto piacere tornare a Pesaro, rivedere un po’ di luoghi e stare con i miei genitori, ma dal punto di vista artistico mi fa molto piacere essere nel programma di TeatrOltre che per me è stata, da spettatore e da persona che legge e si interroga sul mondo della scrittura e dell’arte, una rassegna importantissima e formativa, una vetrina importante, coraggiosa, non se ne trovano in giro. Essere dentro una stagione a fianco di Jan Fabre, Societas, Motus, Babilonia e tutta una serie di artisti che amo tantissimo è davvero un onore, senza considerare che sarò al Rossini!».

Dall’Accademia al lavoro con Corsetti, alla Biennale di Venezia: un salto notevole per un giovane regista?

«In realtà è stata una cosa abbastanza fluida: dall’accademia al lavoro con Corsetti, mio insegnante, è stato come scivolare in un mondo meraviglioso. Da subito mi ha fatto scoprire anche il mondo della lirica, 16 opere tra riprese e nuove produzioni, dove mi si è aperto un modo nuovo di vedere le cose e organizzarle. Parallelamente c’è stato l’incontro con Cherstich, regista a sua volta e scenografo, che ha grande gusto e intelligenza nei confronti della scena come elemento di scrittura, Anche lui lavorava con Giorgio che ha il potere di mettere in connessione gli artisti».

Come è arrivato alla scelta del testo di Walser?

«Maturava in me da tempo, perché Walser è un autore che conosco dal liceo, che avevo letto e da cui ero attratto, come a volte mi succede con i testi letterari. Ho scelto questo testo forse perché, rispetto ad altri suoi romanzi, qui c’è un luogo e una serie di cose che bene o male succedono. Ciò che mi ha colpito è che forse poteva essere un buono spunto per utilizzare il suo linguaggio e la sua parola: un incontro tra immagini, azioni e silenzi, e il racconto in forma di diario».

Quale la sua analisi sulla messinscena?

«Il protagonista, Jakob, si avvicina molto a Walser, che ha avuto questa vita da vagabondo, ma nello stesso tempo voleva diventare un servitore, e poi si è rinchiuso volontariamente in un manicomio dove faceva lunghe passeggiate, morendo durante una passeggiata nella neve. Una figura sottile che vuole scomparire, molto in contrasto con una contemporaneità dove l’apparire è tutto: qui i personaggi non vogliono essere nessuno, se non uno zero, tondo come una palla».

Quali gli autori che le piacerebbe affrontare in futuro?

«Vorrei continuare sicuramente con Pasolini e Walser: è stato faticoso, ma molto bello. Lavorare sulle parole di Pasolini è elettrizzante. Poi avrei un’idea su Simenon, non riguardo ai gialli, ma ai romanzi, scritti con grande perfezione. Mi interessa anche un lavoro sulla scrittura del 600. La cosa che mi stimola molto, che mi fa sentire più libero, è il lavoro su testi che non partono come testi teatrali, ma che vivono della passione della lettura e del lettore».

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