La classe, sui fili della memoria

A TeatrOltre arriva il pluripremiato spettacolo di Fabiana Iacozzilli, La classe, in scena venerdì 17 gennaio al Teatro Sperimentale di Pesaro, alle ore 21. La classe è un docupuppets con pupazzi e uomini: uno spettacolo intriso di verità, una toccante, inquietante e divertente, immersione in un mondo di burattini che sembrano prendere vita, il cui sguardo sembra modificarsi, in cui le paure dell’infanzia vengono a galla, si fanno vive e tangibili.

Fabiana, uno spettacolo costruito sui fili della memoria?

«Questo spettacolo arriva dopo la trilogia dell’attesa, dove ho messo in scena sempre personaggi un po’ imprigionati in una terra di mezzo strana, tra passato e presente. Da qui è partita l’idea di mettere le mani sul momento in cui la mia creatività è partita. Avevo ricordi della mia infanzia, fatti di zone d’ombra, dopo essere stata in un istituto di suore per 8 anni e senza aver mai più rivisto le bambine che erano con me. Non avevo più riparlato con nessuno di queste cose e avevo la curiosità di rispolverare quei ricordi creando una comunità e ritrovando persone che avevano avuto a che fare con quelle suore».

Il suo è un percorso nell’infanzia, ma contemporaneamente anche nei linguaggi del teatro?

«È la prima volta che uso pupazzi: fino ad ora ho usato il corpo in un teatro del silenzio con partiture molto precise. Credo sia stato uno sviluppo naturale arrivare al teatro di figura, ma ho anche pensato che questi pupazzi potessero raccontare senza alcun sentimentalismo questa storia, mischiando il linguaggio del documentario con la tradizione del teatro di figura per ottenere un prodotto strano, sicuramente singolare».

Come è nato La classe?

«Credo moltissimo nell’ispirazione: l’intenzione era di raccontare questi episodi della mia vita per capire che parte ha l’infanzia nella nostra crescita. Così ho avuto l’illuminazione sul teatro di figura, che sarebbe stato il linguaggio migliore per raccontare questa storia: da una parte era un bell’omaggio a Kantor e dall’altra parte i pupazzi non soffrono, sono nelle mani di adulti che li muovono».

Anche la musica, come per Kantor ha un ruolo importante?

«Sì perché è stato veramente fondamentale l’incontro con Hubert Westkemper sull’ambiente sonoro. All’inizio avevamo deciso di amplificare tutto il mondo della memoria, l’onirico che ha a che fare anche con l’incubo. Hubert ha avuto l’intuizione di microfonare i pupazzi: anche loro “suonano” in un concerto dove anche il gesto sulla lavagna diventa una battuta dello spettacolo. Tutti i suoni fanno parte della drammaturgia».

È vero che l’intuizione di fare teatro le è venuta proprio a scuola?

«Il tema è proprio quello. Non volevo fare spettacolo sugli abusi, ma volevo riflettere su questo, su quello che siamo in grado di diventare trasformando la nostra infanzia, su quanto certe figure condizionano o pilotano la nostra vita, nel bene o nel male. Se non avessi incontrato questa suora, cosa sarei ora?».

Come proseguirà il suo percorso, quali i progetti in cantiere?

«Stiamo iniziando ora a lavorare sul prossimo spettacolo che debutterà in estate e che mi vede nuovamente coinvolta sul tema della paura di diventare madre, sull’incapacità di essere madri».

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