La Gioia di Pippo Delbono

Al Teatro della Regina di Cattolica, martedì 4 dicembre ore 21.15, in scena Pippo Delbono con il suo ultimo spettacolo: La Gioia. Artista unico, i cui spettacoli sono un vero e proprio viaggio, un attraversamento di situazioni, stati d’animo, intuizioni diverse, che ti colgono di sorpresa: un’esperienza che va oltre ogni possibile immaginazione. Fare uno spettacolo sulla gioia vuol dire cercare quella circostanza unica, vuol dire attraversare i sentimenti più estremi, angoscia, felicità, dolore, entusiasmo, per provare a scovare, infine, in un istante, l’esplodere di questa gioia. Invece di fissarsi in delle immagini, dei suoni, dei movimenti sul palcoscenico, Pippo Delbono e gli attori della sua compagnia cercano di compiere ogni giorno un passo in più verso questa esaltazione assoluta, questa bruciante intuizione.

Il teatro è vita e il suo teatro è vero come la passione?

«È un teatro vero nel senso che non racconta, cerca di non raccontare delle menzogne. La verità è molto difficile e soggettiva, ma allo stesso tempo di verità abbiamo tanto bisogno, soprattutto in tempi così oscuri, fatti di cose non chiare».

Come nasce uno spettacolo sulla gioia?

«Gioia è una parola difficile, che spesso non riusciamo mettere in atto. Si porta dentro anche tanto dolore. La gioia sarebbe un obiettivo importante per tutti noi. Io parlo della gioia profonda, che si porta dentro le lotte, il dolore e la fatica, che nasce da un conflitto, che ti entra dentro e vive del tuo ritmo e si alterna con le tue emozioni».

Per comprendere la gioia occorre attraversare il dolore?

«Attraversi tanti sentimenti di lotta, di paura: dentro di noi convivono tante cose, belle e brutte, il bene e il male, la luce e il buio. Allora forse bisogna provare ad attraversarli, accettando che ci sono e andare oltre, anche lottando».

L’arte permette di sperare?

«Io penso che bisogna sempre sperare che ancora ci sia qualcosa di bello e buono nella vita. Cose belle che magari non riusciamo a vedere, ma che ci sono e cercarle. Nello spettacolo grido “dov’è la gioia, date più luce…”»

Il suo è un teatro che unisce poesia, politica e sociale e che arriva dritto, senza filtri, come ci riesce?

«Penso che ci sia una doppia valenza: la necessità di essere libero dentro uno spettacolo. Come nella vita mi butto e mi lascio andare, mi lascio correre: questo è un modo e poi c’è la tecnica, un metodo che viene dalle mie esperienza di danza, di teatro, di cinema. Da tutte queste esperienze mi lascio portare e dall’altro provo a guidare e controllare questo flusso. La tecnica è anche quella della libertà: il volo, da una parte e la regola dall’altra che unite fanno la partitura musicale».

E il lavoro con gli attori, hanno spazi di creatività?

«Hanno spesso momenti in cui hanno voglia di improvvisare delle cose e insieme troviamo il modo di canalizzarle: io sono solo una guida e glielo lascio fare».

Come nascono i suoi spettacoli, come alimenta la sua creatività, il suo personalissimo sguardo sul mondo?

«Non cerco di interpretare i messaggi: per me è come una pittura, dipingere è lasciarsi portare dai colori, dalle temperature, dai ritmi, dai disegni. Ma nascono anche dalle necessità, dagli stimoli esterni, dalle cose che ci accadono intorno».

E poi ci sono i suoi sentimenti, il suo percorso…

«Il mio percorso individuale, io in prima persona e dall’atra parte la scelta di questo cammino che corrisponde anche a qualcosa che sta fuori di noi, che sta contribuendo a farci confusione. Ci sono dei buchi neri in questo spettacolo che sono quelli che si trovano intorno a noi, brutti e pesanti. Sono quelli che stiamo vivendo ora, nella società: c’è qualcosa che sta andando nella maniera sbagliata…».

Abbiamo delle responsabilità in come sta andando il mondo?

«È successo qualcosa di cui non ci siamo resi conto: questo paese ha avuto un crollo importante, ma non si può arrivare a questi livelli dal niente. Culturalmente siamo responsabili, tutti: il teatro, il cinema…Questo era il paese della “cultura”, ma non si fa davvero. La cultura avrebbe dovuto aprirci verso il mondo, non riportarci indietro».

 

 

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