la “Lingua ignota” di Ildegarda di Bingen

Il fascino di una grande donna “d’altri tempi”: alla Chiesa dell’Annunziata, venerdì 31 gennaio alle 21, TeatrOltre propone Simona Lisi in “Lingua ignota”, un lavoro ispirato alle suggestioni provocate da una santa, una donna visionaria, potente e multiforme come Ildegarda di Bingen, con la drammaturgia sonora a cura di Paolo F. Bragaglia, Pietro Cardarelli live visual e luci e costumi di Stefania Cempini.
Ildegarda di Bingen, religiosa, naturalista, musicista, filosofa e guaritrice, un’anima multiforme ed estesa che ancora oggi affascina per la modernità della sua figura, vissuta nel Medioevo.

Come ha scoperto la figura di Ildegarda di Bingen?

«Ho incontrato Ildegarda per caso, durante una mostra sulle erbe officinali alla Badia di Fiastra e già le sue parole scritte mi avevo colpito. Dopo anni me ne hanno riparlato e così sono caduta nella fascinazione totale di questo personaggio. Nel mio lavoro mi sono misurata spesso con figure di donne mitiche o mitologiche, figure e femminili di grande spessore».

Un esempio di creatività e spiritualità pervasiva che ha attraversato ogni aspetto dello scibile umano?

«Tanto più straordinario considerando l’epoca in cui viveva, il medioevo. È morta a 80 anni, anche questo va oltre l’aspettativa di vita che allora era sui 30 anni. Ha attraversato quasi un secolo e ben 4 papi sono passati in quel periodo. È stata un punto di riferimento straordinario, una donna/badessa piuttosto inusuale, un esempio di potere femminile che può cambiare le cose».

Anche il suo è un lavoro che procede trasversalmente alle arti, tra corpo, voce, musica e suono?

«La mia fascinazione verso Ildegarda era anche dovuta a questo, visto che amo muovermi tra le varie discipline, senza barriere, grazie ad una formazione a 360 gradi nelle arti perfomative. Una condizione anche difficile a volte, specialmente in Italia, dove è più facile incasellare un artista in un genere ben preciso, cosa che non accade all’estero, soprattutto oltreoceano».

Un linguaggio che abbraccia le arti?

«Per me il tramite è stata sempre la danza, dal momento che ho scelto di lavorare con il corpo: la corporeità non dovrebbe avere tanti confini, non c’è confine tra danza e teatro. Se voglio raccontare una cosa non amo pormi il limite di come fare, solo con la danza o solo con la parola. Tutto passa attraverso la corporeità, che risuona in un modo o nell’altro».

C’è anche un nesso tra gli studi filosofici e la danza, comuni a molte coreografe e danzatrici…

«Penso che la filosofia sia una danza delle parole, creatività applicata al pensiero e alla parola: viene accusata di non essere pratica e a volte non è strettamente applicabile nella realtà. Danza e filosofia significano entrambe tensione verso la ricerca del perché e dell’essere: due modi di interrogarsi».

Il concetto di teatro danza è stato spesso frainteso: quale la sua chiave di lettura?

«Per me significa “interprete totale”, formazione che deriva dal teatro greco in cui non c’era differenza tra attori e coro. Certo la Bausch è stata l’apice del linguaggio, ma i miei riferimenti sono Grotowskij e Barba. Chiamo il mio genere di lavoro “Teatro danza canzone”: ho studiato anche musica e scrivo canzoni».

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