la Monaca di Monza, una storia universale

Dall’ampia opera che Giovanni Testori dedica alla Monaca di Monza, figura storica di grande complessità prima ancora che personaggio dei Promessi sposi, Valter Malosti ne fa una affascinante messa in scena, ne La Monaca di Monza, in programma al Teatro Sperimentale di Pesaro l’11 e 12 febbraio, per TeatrOltre, e al Teatro dei Filarmonici di Ascoli Piceno il 13 febbraio. Malosti concentra il dramma su un triangolo composto dalla protagonista Marianna De Leyva (Federica Fracassi), l’amante Gian Paolo Osio (Davide Paganini) e la conversa (Giulia Mazzarino) assassinata dai due per metterla a tacere. Federica Fracassi, interprete sensibile alle nuove drammaturgie, votata alle scritture più visionarie, feroci, poetiche degli ultimi anni e già stata intensa interprete dell’universo femminile testoriano.

Come raccontare la Monaca di Monza oggi?

«È una storia universale, la storia di una donna che, nel 600, subisce la sorte di tantissime altre, ma che trova una sorta di riscatto nella passione per quest’uomo. Si tratta però di “amore malato” vista la situazione forzata. È una storia molto tragica e devastata dove però si intravede la luce di una donna che ha avuto una forza incredibile fino alla fine: 14 anni di cella di isolamento e ne esce viva. In molte parti del mondo ancora le donne subiscono queste forme di abusi e violenze».

Cogliere la profondità di un personaggio che è appena una fugace apparizione in Manzoni?

«Entrambi gli autori prendono spunto dagli atti del processo, ma Testori, come sempre, incentra tutto nel dialogo tra la monaca e Dio, perché era lui stesso ad avere questo dialogo aperto, in una fede molto combattuta. Infatti la Monaca non solo chiama Dio a rivedere la sua storia, ma si permette anche di giudicarlo, come se gli uomini potessero farlo».

Testori: un autore che smuove la coscienza…

«Invita ad una riflessione, ho anche recitato Erodias e a me sembra che lui si incarni in tutte le sue eroine: prende figure di donne molto complesse e contrastate in cui il confine tra bene e male non si sa bene dove metterlo».

Quale il percorso drammaturgico in questo spettacolo?

«Una riduzione a 3 voci: Malosti facendo questo adattamento ha anche un po’ svecchiato il testo. Testori lo aveva comunque scritto negli anni ’60 e anche la sua lingua si è poi ulteriormente sviluppata. Riducendolo a 3 voci, Malosti ha reso il testo più lirico e poetico».

Quando è nata la sua passione per il teatro?

«Direi durante l’adolescenza, nonostante non avessi avuto occasione di vedere tanto teatro. Vivevo in provincia, facevo danza classica, mi piaceva il palco e la letteratura e nella mia testa, quando ho iniziato a frequentare il teatro ho pensato di mettere insieme le due cose, movimento e corpo. Da lì ho iniziato a frequentare scuole, ma soprattutto a fare tanta gavetta con Renzo Martinelli».

Quale il suo approccio con personaggi così intensi e complessi?

«Cerco di trovare, prima di tutto, un approccio musicale e fisico: mi piace incontrare autori che mi risuonano, che mi stimolano anche flussi di pensiero. Lavoro molto sulla musicalità della parola che mi crea immagini, e anche sul fisico, a seconda del regista. La psicologia viene dopo, mi aiuta a creare quelle immagini emotive che poi restituisco al pubblico».

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