la musica indiana: un contatto con l’energia della natura

di ANTONELLA FERRARO – L’ascolto di  musiche provenienti da altre zone del mondo rappresenta sempre una sorgente di arricchimento interiore, anche nella non comprensione formale,  nella semplice fruizione del suono attraverso la propria sensibilità lasciata libera di viaggiare su una  dimensione spazio temporale.
Il Raga indiano è quanto di più complesso la musica tonale occidentale possa concepire, essendo l’India sede di sviluppo di uno dei sistemi modali più complessi del mondo, con suddivisioni teoriche raffinatissime degli intervalli musicali e stili di improvvisazione che richiedono capacità tecniche inusitate.
Tutto questo nello splendido concerto al Teatro della Pieve di Novilara inserito nella rassegna Segnali di Nota, che ha visto sul palco tre  virtuosi della musica indiana: Partho Sarothy al sarod, Il grande percussionista bolognese Stefano Grazia alle tablas e il musicista pesarese Paolo Giaro alla chitarra acustica. Un’occasione unica per assaporare  sonorità provenienti dall’altra metà del pianeta, echi che riconducono a noi profumi, colori, sapori, atmosfere e lente cadenze  che latitano nell’occidente concitato, frenetico nei tempi, a volte vuoto di slanci umani, allucinato da una divorante tecnologia.
Un’esecuzione bellissima, imperniata su alcuni raga indostani del nord, basati su dieci scale, scelte secondo le loro caratteristiche strutturali ed abbinate a un particolare momento della giornata, suddivisa in otto parti di tre ore ognuna, tutte contraddistinte da sentimenti dominanti che si affiancano ad un proprio elemento musicale seguendo gli influssi del Sole o della Terra. In India, ogni brano si appunta su un determinato raga, secondo le sette note che prendono nomi differenti dai nostri : Sa, Re, Ga, Ma, Pa, Dha, Ni. Tutto si basa sulla pura improvvisazione e quindi sulle doti tecniche e sulla sensibilità degli esecutori. Partho Sarothy è uno dei maggiori virtuosi di sarod del mondo. Riesce a trarre dal suggestivo cordofono suoni sconvolgenti, frutto di una tecnica elaborata raffinata negli anni e celebrata da concerti tenuti in tutto il globo. Allievo del mitico Ravi Shankar, si è formato alla scuola fondata dal più grande sarodista della storia, Ali Akbar Khan. Accanto a lui, il percussionista Stefano Grazia, che non necessita di presentazioni: tablista grandioso, dotato di una agilità manuale eccelsa e cultore da una vita di musica indiana, tramite questo geniale doppio tamburo corredato al centro dallo syahi, pasta nera composta da riso bollito, polvere di manganese e limatura di ferro. Alla chitarra, il pesarese Paolo Giaro, che si è unito con delicate sonorità e  intensi assolo alle improvvisazioni dei due musicisti. La musica indiana si attaglia ai sentimenti umani riuscendo ad estrarne il nucleo profondo : la percezione di un contatto costante con le energie della natura è potente e pervade ogni suono con abbracci mistici, nutriti da ostinati ed echi,  singulti e richiami che calano ogni ascoltatore all’interno di sé stesso, in una  trance meditativa che pacifica e rasserena.
Le enormi capacità tecniche degli esecutori si sono espresse in progressioni ritmiche e melodiche graduali coronate da esplosioni finali trionfali, in un crescendo ipnotico che ha catturato per quasi due ore il pubblico presente.

Prossimo appuntamento della rassegna,venerdì 15 luglio al castello di Novilara, con la conferenza dello storico musicale Donato Zoppo  alle 18,30 e il concerto, alle 21,45 , dello straordinario pianista Massimo Bucci,  che proporrà brani degli anni ’70 orchestrandoli con il solo pianoforte.

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