La Petite Jazz: un Rossini contemporaneo

Grande attesa al teatro Rossini (sabato 16 novembre alle 21) per l’intrigante “Petite (jazz) messe solennelle” a cura di un fantastico trio di eccezionali musicisti quali Paolo Fresu (tromba, flicorno, effetti), Uri Caine (pianoforte) e Daniele Di Bonaventura (bandoneon). Il capolavoro rossiniano non è mai stato presentato al Rof nella versione originale (2 coristi per ogni voce e i 4 coristi), così come mai ne è stata proposta una variazione jazz.

Per il fermano Daniele Di Bonaventura è un ritorno a casa, ma anche la prima volta al Teatro Rossini: «A Pesaro non mi ricordo di aver mai suonato: a Fermo non suono da 4/5 anni. Il teatro Rossini era una meta inespugnabile per me! (scherza). Quando ho iniziato a studiare al Conservatorio di Fermo era ancora una succursale di quello di Pesaro, poi è diventato Pergolesi. Prima o poi potremmo fare qualcosa di Pergolesi o anche di un altro fermano come Isaia Billé, grandissimo contrabbassista che ha anche scritto dei manuali, sul suo strumento, che si usano nei Conservatori!».

Ha trattato con molto rispetto la partitura di Rossini?

«Fui rapito dalla sua bellezza fin dal primo ascolto e, secondo me, non ha nulla da invidiare al Requiem di Mozart, primo per la liricità, ma soprattutto nella ricerca armonica che, da compositore, posso dire che ha anticipato le molte idee armoniche dei romantici tedeschi, da Schumann a Brahms. Un Preludio religioso che è un trattato di armonia».

Inoltre ha inserito il bandoneon, che Rossini non conosceva?

«Se lo avesse conosciuto lo avrebbe inserito: Rossini è stato sempre un avanguardista, perché scriveva opere con organici strumentali inediti per l’epoca. Questa composizione, scritta per harmonium coro ecc, è  una combinazione che potrebbe essere stata scritta da compositori contemporanei: ciò significa che Rossini sperimentava già composizioni timbriche spettacolari. L’ho trovata molto vicina al nostro linguaggio».

Non sarà difficile riconoscere l’originale quindi?

«Riconoscerete l’opera per intero, almeno al 98%, perché abbiamo lavorato sull’armonia che sostiene la melodia. Poi ci  saranno piccole aperture, suggerite, tra l’altro, dallo stesso Rossini, dove ci prenderemo la libertà di inventare qualcosa, ma è la stessa musica che ci suggerisce come andare fuori e come tornare nell’opera».

Quando si affronta partitura così completa è difficile stravolgere più di tanto?

«La musica classica, come diceva Bernstein, non si dovrebbe chiamare classica ma “esatta” perché la si esegue come vuole il compositore e quindi, come tutta la musica scritta, è nata per essere tramandata ai posteri, come il canto gregoriano. La musica nasce scritta perché serve per essere tramandata, ma l’approccio musicale libero, con rispetto, ma svincolando dalla scrittura, è un atteggiamento che dovremmo tenere presente anche oggi. Avendo vissuto sia da pianista che da jazzista e compositore ho sempre pensato che bisogna lasciare anche i classici alla libera interpretazione».

E oltre a Rossini, a cosa si sta dedicando?

«Ho il mio quartetto che si chiama “band’union”, gioco di parole nell’origine del nome dello strumento, e abbiamo realizzato un disco incentrato sui canti della resistenza e delle rivoluzioni, commissionato da un festival della letteratura tedesco. Ho progetti orchestrali per registrare una suite mediterranea per bandoneon, ma vengo da un lavoro bellissimo fatto con Fresu sul Laudario di Cortona che si intitola “Altissima luce”, dove abbiamo riarrangiato i canti gregoriani del Laudario.

Il bandoneon, studiato da autodidatta, è ormai il suo strumento?

«Mi piace utilizzarlo in modo differente da come si utilizza  di solito, nel tango, anche se ho un progetto anche sul Tango affrontato con un quartetto d’archi in un misto tra musica sacra e word music: saremo in diretta dalla Cappella Paolina del Quirinale il 24 novembre novembre mattina, per Radio3».

Per la foto, si ringrazia foto Vilnius (by Valentinas Ryckovas)

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