La scuola delle mogli, una commedia nera

Al Sanzio di Urbino, martedì 12 marzo alle 21, in scena “La scuola delle mogli” di Molière nella traduzione di Cesare Garboli, interpretato e diretto dalla sapiente regia di Arturo Cirillo, in scena al fianco di Valentina Picello, Rosario Giglio, Marta Pizzigallo, Giacomo Vigentini. Una commedia dove Molière riesce a guardarsi senza pietismo, senza assolversi, ma anzi rappresentandosi come il più colpevole di tutti, riuscendo a farci ridere di noi stessi, della miseria di essere uomini.

Cirillo, una commedia dove si respira amarezza e modernità?

«È il mio terzo Molière, che mi ha colpito per l’azione che sottintende tutta la commedia, per l’atrocità del fatto che questa ragazzina non viene solo “presa”, ma anche lasciata in uno stato di ignoranza e immaturità. Questo ricco signore si interessa ad una giovane donna e se la prende, decidendo poi di farne una moglie ideale, rendendola però abbastanza stupida, evitando di farla crescere culturalmente. Una situazione anche abbastanza attuale, purtroppo. Mi sono anche ispirato alla storia di Natascha Kampusch, la ragazzina austriaca rapita a 10 anni e ora scrittrice, perché anche il rapporto tra carceriere e carcerata è molto complesso, soprattutto nei piani emotivi che non sono così limpidi, come mai lo sono per Molière».

Con Molière ha dichiarato di sentirsi a suo agio, cosa condivide del suo teatro?

«Prima di tutto il fatto che sia vero teatro nel senso che è un tipo di drammaturgia che nasce dal praticantato teatrale, come per Shakespeare, Goldoni o De Filippo. Ovvero autori che non sono chiusi nel loro studiolo a scrivere, ma che vivono il teatro, conoscono gli attori e sono loro stessi interpreti. Poi anche per il tipo di teatro con cui Molière è cresciuto, le commedie latine di Plauto, la Commedia dell’Arte: un tipo di teatro che non fa finta».

Le basi della commedia moderna?

«Esatto, dove non c’è solo la presa in giro, ma anche gli aspetti più neri. Personaggi non solo malati nel corpo, ma nella psiche: depressi, ossessivi, paranoici che alla fine escono dalla categoria di cornuto, avaro o mangione. Mi piace molto questo elemento primordiale e moderno assieme».

L’amore e l’intelligenza trionfano, mentre il cinismo di una società perbenista viene messo alla berlina?

«Purtroppo Moliere è molto attuale: nel senso che questo è un paese che non ha mai fatto i conti col lato più retrogrado e maschilista e oggi ci ritroviamo con tutta una serie di problematiche che pensavamo superate. Mi sembra che il maschio italiano riesca a restare molto identico a se stesso nei secoli e questo anche per il teatro che forse lo ha un po’ viziato. lo amo moltissimo Molière e meno Pirandello e Goldoni che trovo abbiano meno capacità di mettere in crisi la società. Ad esempio Molière fa capire bene che la paura delle corna nasce dall’insicurezza».

Dalla danza al teatro: qual è il rapporto tra il corpo e la parola?

«Dopo tanti anni di drammaturgia americana fortemente naturalistica, qui ci sono dei personaggi che hanno nel loro passato l’uso della maschera e utilizzano il verso come discorso musicale. Abbiamo molto rispettato quella cadenza perché la scrittura di Molière vive di musicalità e di conseguenza il corpo reagisce mettendosi totalmente dentro questo discorso ritmico. Tutto per me nasce dal corpo: faccio pochissime prove a tavolino, credo che anche il pensiero e il sottotesto emotivo siano corpo e se c’è anche un’anima, anch’essa è in rapporto con il corpo».

E quale la difficoltà di ricoprire sia il ruolo di regista che quello di attore?

«Sono stato 10 anni in compagnia con Carlo Cecchi, ed è quindi naturale per me pensare alla figura del regista dentro lo spettacolo. Questo significa anche rimanere con lo spettacolo per tutta la tournée e quindi il lavoro non si esaurisce dopo la prima, ma va avanti nell’incontro con i tanti pubblici diversi dei nostri teatri, soprattutto in uno spettacolo come questo che vive delle reazioni del pubblico. Avrei difficoltà a fare unicamente il regista. Inoltre il mio lavoro è sempre quello di “ascoltare” quello che succede e come i miei stimoli vengono elaborati dagli attori, dagli scenografi, dai costumisti, fino al disegno delle luci».

 

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