Le Orchidee e l’Eternità

Il teatro è vita, “è l’incontro tra esseri umani” e quello di Pippo Delbono è crudo e vero proprio come la sua, la nostra vita.
In Orchidee, che in francese assume il significato di Eternità, Delbono è seduto in fondo alla platea, del Teatro della Regina di Cattolica,  scandisce il ritmo e fa il regista di sé stesso e del suo spettacolo che ruota intorno all’inesorabilità del tempo che passa, all’amore, all’ardore, alla perdita e all’abbandono.
“L’orchidea è il fiore più bello, ma anche il più malvagio, perché non riconosci quello vero da quello finto” e qual è la bellezza di questo nostro tempo?

“Questo mondo non mi piace, ma non c’è altro posto dove stare”: questo sussurra e ripete più volte, mentre guida i suoi straordinari attori in quel senso di perdita che ci attanaglia tutti e ci rende inquieti abitanti della scena, una scatola vuota all’inizio, pronta ad essere disegnata e vissuta.
ORCHIDEE DELBONOI rapporti umani, le distinzioni di genere, l’amore, il tenero conforto di un abbraccio che, senza vestiti, è reso intenso dallo sfiorarsi della carne, dal calore dei corpi che si spogliano di ogni barriera, così come la quarta parete è continuamente infranta, con in sala un attore che serve i pasticcini e un altro che grida slogan da un megafono.
La nudità non è mai stato un tabù per Delbono ed è particolarmente toccante vedere gli attori fare un girotondo nudi sul palco, mentre un incendio divampa sullo schermo: “volevano che facessi uno spettacolo sull’amore”.
Le scene si susseguono come quadri, persino un’attrice vende i quadri della collezione di sua zia, ma intense e a volte dolorose sono le immagini che si susseguono su quel palco nero, colorato da costumi  da avanspettacolo, in un alternarsi di emozioni contrastanti, ironiche, commoventi, devastanti, romantiche, crudeli, poetiche, così come quelle che viviamo ogni giorno, quelle che abitano la nostra intimità più profonda.

Da Shakespeare a Cechov, da Pasolini a Kerouac, mentre Joan Baez alterna le sue ballate alla trascinante musica di Avitabile. Pippo “usa” il teatro, usa i suoi testi così come la sua “scatola scenica”, per parlare di sé e di noi, per narrare, per scoprire, per cercare di fermare il tempo per riuscire ad osservarlo. Capita di arrivare “tardi” sulle cose: la perdita della madre, mentre nello struggente filmato che ci propone, ne accarezza le dita magre e le sta accanto, fino all’ultimo respiro. Quella madre ritrovata e capita solo alla fine, quando si riescono a superare anche le barriere ideologiche di fronte all’amore vero. Che poi, non è assurdo che gli estremismi abbiano in comune la visionarietà?
“Questo è un mondo dove i vivi sono già morti e i morti respirano ancora fra di noi” e  “Forse facciamo gli artisti per crearci un mondo dove vivere”. Ironia e poesia che si mescolano e sovrappongono, mentre ci ritroviamo sospesi: Delbono ci ha risucchiato in un vortice di emozioni che ci confondono e travolgono, riaprono ferite e ci rendono vulnerabili, codardi.
No, questo mondo non piace nemmeno a noi, ma non abbiamo altro posto dove stare.

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