Lella Costa a Passaggi Festival di Fano

Tra gli ospiti di Passaggi Festival, questa sera alle 21 in piazza XX Settembre a Fano, troviamo Lella Costa nella versione di autrice del libro “Ciò che possiamo fare. La libertà di Edith Stein e lo spirito dell’Europa” recentemente pubblicato per Solferino.

Conosciuta ai più come mirabile interprete di profondi e interessanti monologhi, poi pubblicati, la Costa racconta, questa volta, la storia di una donna: una storia di una chiarezza cristallina che getta ombre in ogni direzione e riassume il Novecento. Parla di noi ed è divenuta patrona di tutta l’Europa come santa Teresa Benedetta dalla Croce. L’autrice si confronta con Edith ripercorrendone la parabola umana e si misura con il suo pensiero in un ideale dialogo a distanza tra due donne di buona volontà: diversissime, ma alleate per tutto ciò che conta.

Come mai la scelta di dedicare un libro a Edith Stein?

«L’idea è venuta all’editore Solferino nella persona di Michela Gallio editor e motivatrice straordinaria. Lì per lì mi ha stupito, non ho alcuna dimestichezza immediata con queste cose se non una grande ammirazione per tutte le donne che pagano prezzi altissimi per i loro molteplici talenti. Poi mi sono appassionata: la sua storia ti lascia quasi senza parole, è una donna davvero fuori dal comune».

Forse più una riflessione che un saggio?

«Rientra nella saggistica e non è certo narrativa, ma è vero che è un racconto di quello che ha vissuto, con incursioni e divagazioni con altre vite che a me suonavano attinenti: da Karen Blixen a don Lorenzo Milani a Louisa May Alcott di “Piccole donne”. Non intende essere una rivendicazione, ma una bella storia da raccontare».

Qual è la lezione di Edith vista oggi?

«Sono tante. Non ha vissuto nel medioevo eppure non è stata ammessa alla carriera accademica e questa misoginia non è mai stata abbastanza difesa. La frase “ciò che possiamo fare in paragone a ciò che ci è dato è sempre poco” è una grande lezione, un capovolgimento dell’atteggiamento vittimistico del “tutto ci è dovuto”. Edith ha studiato tantissimo in un’epoca in cui non avere nessun talento era titolo di merito. Una storia come la sua è anche l’emblema della ferocia che raggiungono le persecuzioni».

Accoglienza e coraggio: elementi necessari alla contemporaneità?

«Direi soprattutto responsabilità: riconoscere il proprio talento e metterlo a frutto per un progetto di comunità. Edith ha vissuto un martirio in nome del suo popolo e rappresenta tutte le persone discriminate per dove sono nate: cosa che mi sembra si stia riaffacciando oggi e un po’ di vigilanza non guasta».

Teatro e letteratura possono incidere nelle coscienze?

«Se non ci credessi smetterei di fare questo mestiere, ma credo che il bisogno di sentirsi raccontare storie sia un bisogno umano ed è questo il compito delle arti: tradurre aspetti della realtà e metterli in una forma che non sia raggiungibile in altro modo. L’informazione oggi ci dice di tutto e di più, ma non fa la differenza: trasformare un fatto storico in una storia è qualcosa di più. Sto lavorando ad un progetto dedicato ai 50 anni dalla strage di piazza fontana e lì si è deciso di dare un contributo attraverso il teatro che, come nient’altro, vive dell’istante della rappresentazione, sempre unico e irripetibile».

Ha pensato di raccontare questa storia anche a teatro, a fare una cosa inversa rispetto agli altri suoi libri?

«Me lo chiedono in tanti, ma penso che questo libro viva molto anche nelle presentazioni che ne facciamo. Mi fa piacere parlarne e darne una mia interpretazione orale, un ulteriore racconto dal mio punto di vista. Come spettacolo potrebbe vivere solo in situazioni particolari, ma non abbiamo buttato via l’idea. Vedremo».

 

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