L’inesorabile viaggio negli inferi nel toccante “tram” firmato da Pizzi

Con il suo inconfondibile “tocco” Pier Luigi Pizzi ha donato freschezza e al tempo stesso grande intensità al melodramma di Tennessee Williams, privandolo dei “datati” colori di una New Orleans omofoba e razzista e concentrandosi sul personaggio di Blanche, interpretato dalla bravissima Mariangela D’Abbraccio.

Spettacolo di apertura della stagione del Teatro Rossini di Pesaro, “Un tram che si chiama desiderio” riporta inevitabilmente alla memoria, almeno a chi ha qualche annetto sulle spalle, ma non solo, il film del 1951, diretto da Elia Kazan, con un intrigante e selvaggio Marlon Brando che fu l’emblema, per generazioni, di questo grande testo, premio Pulitzer nel 1947. Ed è curioso come Pizzi abbia ben pensato di ribaltare l’immaginario collettivo legato alla figura maschile, costruendo il suo spettacolo come una delicata, ma inesorabile, partitura musicale che accompagna la protagonista in una discesa agli inferi.

L’ambientazione del piccolo appartamento in cui vivono Stella/Angela Ciaburri, la sorella di Blanche, e Stanley/Daniele Pecci è infatti un seminterrato, un universo a parte che tiene poco conto di ciò che accade al di fuori di esso, ma è di per sé una gabbia claustrofobica, in cui si consumano sia l’aria che l’anima. L’atmosfera, rarefatta e buia, Blanche non ama mostrarsi alla luce piena, permette di immergersi nel turbamento che avvolge i personaggi, tutti i personaggi.

Blanche non è affatto ciò che sembra: non è pura, non è una vittima innocente, se non del suo pregiudizio; Stella ha preferito fuggire dalla famiglia per rimanere, poi, invischiata in un’altra dipendenza, una storia d’amore malato; Stanley è il risultato di una vita passata a doversi riscattare, dovendo trasformare la paura in forza bruta e arroganza. E questa è l’essenza del dramma che Pizzi ha colto con maestria e grande sensibilità, accompagnando il pubblico in un viaggio in bilico tra ciò che appare e ciò che abita nel profondo dell’animo umano.

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