Lord Ruthven, Il Vampiro

“Lord Ruthven, Il Vampiro” in scena questa sera (h21.15) al Salone Snaporaz di Cattolica: sul palco Silvio Castiglioni, che ha curato anche la traduzione e l’adattamento del testo di John William Polidori, accompagnato dalla musica dal vivo del compositore e producer Gianmaria Gamberini, su immagini di Filippo Ticozzi, con il suono e le luci di Vittorio Regina.

La messinscena è liberamente ispirata ad uno dei primi racconti in cui compare il signore della notte, il non-morto che si nutre del sangue di creature giovani e belle, nato dalla fantasia popolare, e tenuto in vita dalla tradizione orale. I tipici ingredienti del genere gotico, il naufragio dei buoni sentimenti, l’innocente come vittima designata, la passione come territorio di caccia per predatori senza scrupoli, lo spettro della follia, si fanno specchio di una sensibilità contemporanea intrisa di crudeltà, in cui non è facile distinguere tra vittima e carnefice.

Castiglioni, quali le suggestioni alla sua prima lettura del romanzo di Polidori?

«Mi ha affascinato il fatto che non ci fossero gli ingredienti che uno si aspetta, ma altri, altrettanto profondi e potenti e là dove il libro fa un po’ difetto, abbiamo integrato con la forza del teatro in una riscrittura. A volte, partendo da una storia meno famosa, ti si aprono più spazi di libertà e invenzione. Rimane comunque una storia dell’800 ma guardata con gli occhi di due secoli dopo».

Polidori era il segretario di Lord Byron?

«Sì e questo racconto nacque da una scommessa, in una serata passata in una villa in Svizzera, in cui c’era anche Mary Shelley. Divenne poi una specie di best sellers, tanto che Goethe lo scambiò per un racconto di Byron. Polidori sarebbe poi rimasto sconosciuto, ma questo è il primo vampiro della letteratura. Ci sono tutti gli ingredienti tipici dell’800, l’idea di bellezza mischiata a perversione e soprattutto, nella nostra versione, qualcuno che racconta di una seduzione finita malissimo».

I vampiri sono creature affascinanti: da Dracula alla saga di Ann Rice, sono, al tempo stesso, vittime e carnefici?

«Il vampiro si nasconde dietro immagine seducente e poi ne nasconde un’altra: il mio spettacolo non è rassicurante, è un invito a non lasciarsi sedurre. Il vampiro è l’emblema dell’ambiguità e della complessità di distinguere tra il bene e il male: non ti permette di decidere dove sta il bene e dove il male e in tempi di semplificazione come quelli attuali, questo è un messaggio assai interessante. Qualcuno cerca di prendersela con qualcun altro perché non ha la forza di guardarsi dentro e dentro di noi c’è sempre, ranicchiata, un’ombra».

Anche in questo spettacolo, dopo Concerto per Jack London con Fabrizio Bosso e il fisarmonicista Luciano Biondini, c’è musica in scena in una drammaturgia congiunta?

«Diciamo che qui la struttura è diversa: quello si presentava a tutti gli effetti come un concerto, mentre qui il musicista è nascosto, opera con delle macchine e suoni preparati. Agisce con me e ha preparato una colonna sonora ricca e sulfurea che prende un po’ da tutte le musiche di genere. Ma anche la parte visiva ha la sua importanza che, qui, non posso svelare…».

(info e prenotazioni 0541/966636 negli orari di biglietteria)

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