Luca Bianchini a Pesaro

Luca Bianchini, uno degli scrittori di maggior successo della sua generazione, torna oggi a Pesaro a presentare il suo nuovo romanzo “So che un giorno tornerai”. L’evento, alle ore 19,30 nella Sala Nobile di Palazzo Gradari a Pesaro, è organizzato in sinergia tra la Libreria Campus Mondadori Bookstore Pesaro e Paroledarancio, all’interno del progetto “Pesaro città che legge”.

A Pesaro lei è tornato, contento?

«Molto: è una città che mi vuol bene. Mi piace e mi affascina, elegante e bella».

I suoi sono personaggi veri, reali, in cui ritrovare molto di noi o di chi ci sta accanto: è questo il segreto del suo successo?

«Forse sì: racconto le cose che mi piacciono cercando storie straordinarie e succede sempre di scoprire che capita a tante persone. Riguardo a questo ultimo libro, per esempio, tutti in qualche modo siamo stati abbandonati o abbiamo abbandonato qualcuno, anche senza particolari drammi. È un abbandono in chiave di commedia che invita a tirarsi su le maniche e l’umore per andare avanti».

Che cosa significa per lei scrivere e quali sono gli spunti principali?

«È una resa dei conti ogni volta, un punto sulla mia situazione e sulla mia vita senza che venga esplicitato. È come se mi facessi delle autoanalisi che trasfiguro molto bene e, a volte ne sono inconsapevole, ma dentro ci sono sempre situazioni che mi rappresentano. Per cui, fondamentalmente, scrivere mi diverte, cerco di farlo sempre al meglio, lavorandoci molto e mi viene molto naturale».

Ha raccontato che è stato doloroso scrivere Nessuno come noi, ma anche che non è cambiato molto nei rapporti delle giovani generazioni, è un bene o un male?

«È un bene perché vuol dire che i sentimenti, gelosia, inadeguatezza, ecc, non cambiano e ci rassicura sapere che tutti ci si è passati. La cosa che mi dispiace un po’, personalmente, è che quelli della mia generazione hanno avuto più occasioni di avventura che oggi i giovani hanno molto meno: sono più controllati, è tutto molto più prevedibile e vale anche per gli adulti».

So che un giorno tornerai ci parla d’amore, ma anche di tanto altro

«Si è una bella zuppa di jota, come si mangia a Trieste, un viaggio che parte come sempre da un’idea e poi cresce con tante altre cose. È come partire per una vacanza con l’intenzione di rilassarti e poi trovi tante cose da fare: sono i personaggi che mi portano in giro, mi succede sempre».

Lei crede nell’amore?

«Si, assolutamente».

E nell’amicizia?

«È fondante l’amicizia: la mia vita senza amicizie sarebbe stata molto meno divertente. Siamo sempre molto focalizzati sull’amore e prendiamo sotto gamba l’amicizia, come una cosa di riserva, ma in realtà ci mantiene vivi a lungo, è un sentimento molto appagante, a volte anche più dell’amore».

Oggi ci si innamora su internet e ci si lascia su WhatsApp: verso cosa stiamo andando?

«Io consiglio sempre di telefonarsi, di citofonarsi: è sempre meglio che scrivere un audiomessaggio che io trovo allucinante e invadente. Bisognerebbe ricordarci come le discussioni è meglio farle di persona: puoi aggiustare i toni che uno scritto non può fare. Non posso dire che stavamo meglio prima, ma non bisogna mai dimenticare il valore dei rapporti, almeno per chi è nato prima di tutto questo. Una cosa che possono fare i genitori è dare il buon esempio, evitare di essere ossessionati dal controllo che viene inevitabilmente trasmesso ai figli: farsi vedere leggere e dimenticarsi del cellulare».

 

 

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