Manfredi Perego: il corpo e il luogo

L’appuntamento alle ore 21 di martedì 9 aprile per TeatrOltre, al Sanzio di Urbino, è con il dittico “Primitiva” e “Geografie dell’istante” di Manfredi Perego, coreografo e danzatore di talento, in prepotente ascesa, formatosi nell’ambito delle arti marziali e della danza contemporanea. Primitiva nasce da una ricerca incentrata su elementi primari che abitano la corporeità: è un viaggio mnemonico all’interno della più antica percezione di sé, quella animalesca e al contempo impulsiva e fragile. Geografie dell’istante nasce dall’esigenza di trasferire in codice la capacità di trasformazione dei corpi quando sono aperti ad un ascolto profondo con l’ambiente e vede sul palco Chiara Montalbani, per un lavoro non sulla sorpresa, ma sulla reazione emotiva tra corpo e luogo.

Primitiva era stata presentata a Pesaro un paio di anni fa, per l’utilizzo di alcune danzatrici pesaresi: quali evoluzioni ha avuto?

«Primitiva è un progetto che è nato prima per gruppi: prima con quello di Pesaro e poi con 3 danzatrici. Ora è nella forma definitiva, un assolo. Un’evoluzione che si è sviluppata al contrario: avevo la necessità di filtrare prima questa parola, proprio per una situazione affettiva troppo coinvolgente, così l’ho allargata agli altri e poi sono tornato a gestirla da solo».

È una ricerca coreografica su ciò che possiamo ancora sentire come primitivo nel corpo

«In qualche modo si, è un lavoro che può essere anche visto in una lettura anche molto didascalica, ma se si osservano i dettagli, a livello di ricerca, ce ne sono molti che ho cercato di recuperare a livello antropomorfo. È un personaggio incastrato tra due mondi, da quello naturale, al quale appartiene in maniera molto semplice, a una sorta di ambizione a fare un passo per varcare una certa soglia di conoscenza».

E Geografie dell’istante?

«Anche qui dal passo a due sono passato al solo, interpretato da Chiara Montalbani. Questo è un lavoro sulla mappatura della memoria sottopelle. Un lavoro di transizione dal quale continuo ad imparare perché non prende mai una forma definitiva, sia al livello coreografico che di collocazione scenica. Ha al suo interno molti semi di quella che è stata l’evoluzione del mio lavoro, che ero troppo immaturo per cogliere subito. In questa forma di solo ha la sua collocazione definitiva, ma l’unico dubbio è se va bene farlo su un palco o sarebbe meglio farlo con il pubblico più vicino».

Il suo è un percorso che comprende oltre alla danza anche scenografia, gli studi sulle belle arti e proviene da alcune discipline marziali: come coniugare e/o contaminare queste “filosofie” associate allo studio coreutico?

«A questo punto tutto si coniuga in modo naturale: sto cercando di seguire le mie esigenze, senza pensare a stili, connotazioni o situazioni. Cerco sempre di sfidare la mia visione, cercando il più possibile di crescere a livello artistico. A volte i riferimenti pongono più difficoltà per tracciare una tua linea autentica: quando senti stridere qualcosa devi fare i conti con te e andare avanti nella sfida con te stesso».

Da dove partono gli stimoli per una creazione coreografica?

«È un gran bel mistero spiegare come nasce l’esigenza di creare qualcosa che prima non c’era, come esprimersi. La mia vita è sempre stata in movimento e le mie esperienze mi attraversano sino a completare questa esigenza. Preferisco vivere nel mistero di quale sia la causa scatenante».

Quanto i tuoi maestri hanno influito nella tua crescita come danzatore e come coreografo?

«Sicuramente la biennale di danza di Carolyn Carson è stata fondamentale: in 5 mesi ho potuto lavorare con grandi maestri e coreografi completamente differenti sia come linguaggio che come esperienza. Su una stessa tematica ci possono essere infinite visioni e il bello dell’arte contemporanea è la sua continua mutazione, ognuno ha la sua verità. Poi sicuramente Simona Bertozzi, ma anche mia madre che mi ha trasmesso un senso di libertà e indipendenza. Infine anche Ivan Wolfe perché ha cercato di non insegnarmi niente: ero io che andavo a cercarlo e grazie alla sua immediata semplicità si apprendeva tantissimo».

Molti danzatori italiani vanno all’estero: ci sono buone possibilità di studiare nel nostro paese o occorre comunque andare all’estero per fare esperienze?

«Viaggiare, girare è fondamentale perché conosci più cose, ti confronti con varie realtà. Non è che in Italia si studi male, ma forse mancano le grandi accademie da cui accedere anche al lavoro. Oggi ci sono tante possibilità di studio anche qui, ma la tua ricerca personale non te la insegna nessuna scuola e devi scoprire da solo il tuo percorso, cosa davvero vuoi fare e cosa hai da dire».

Info: Teatro Sanzio 0722 2281.

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