Mauri e Sturno festeggiano il Teatro Rossini

Uno degli appuntamenti più prestigiosi della giornata dedicata ai 200 anni del Teatro Rossini, che sabato 9 giugno proporrà un’intensa carrellata di eventi, è quello con Glauco Mauri e Roberto Sturno, interpreti de Il canto dell’usignolo, poesia e teatro di Shakespeare, un omaggio al grande poeta inglese. Non poteva mancare l’attore pesarese alla celebrazione del Teatro Rossini, che Mauri frequentò fin dai suoi 16 anni.

Non si poteva festeggiare il Teatro Rossini senza di lei..

«Per me il Rossini è stata la nascita, quello che mi ha formato la vita. Lì ho scoperto non solo la musica, ma cosa vuole dire il Teatro e cosa è stato per me: non solo un lavoro ma un fatto di vita che mi ha dato la grande e meravigliosa possibilità di comunicare. Il teatro è un grande maestro di vita, ti insegna ad affrontarla in tutti i suoi aspetti.»

Si ricorda la sua prima volta al Rossini?

«Si era con “Gli addii” di Cantini, avevo appena 16 anni, e la seconda volta fu con “Vetri appannati” di Olga Printzlau. Prima di entrare in Accademia andai al Rossini anche con due mie regie: “Miracolo” di Manzari e “Vento notturno” di Ugo Betti. Con queste due ultime cose nacque “La piccola ribalta” di Pesaro, era tra il 1946 e il 1947.»

Pesaro nel cuore ovunque lei sia?

«Sì, anche se le Marche mi hanno aiutato di meno: in 37 anni sono andato solo una volta ad Ascoli e manco da Macerata da più di 20 anni. A Pesaro ho tutti i ricordi della mia fanciullezza, le mie prime esperienze, il mare d’inverno, i miei amici, la prima volta che ho conosciuto l’amore, sì, me la porto nel cuore.»

Un bilancio della sua vita per il teatro?

«La cosa che per me è stato un miracolo è stato abbinare la vita con il teatro: non ho trovato frattura tra la mia vita quotidiana e il mio lavoro, ho saputo mescolare bene le due cose, anche perché per chi gira continuamente tutta Italia è difficile avere una sede e dei legami affettivi.»

Vita e teatro senza confini?

«Il teatro non lo vedo più come un lavoro ma come un impegno da uomo civile nei confronti della Società. La più grande soddisfazione per me non sono tanto i complimenti, ma quando vengono in camerino e mi dicono “mi sono emozionato”, “ho capito tante cose”, oppure “vado a leggere quel libro”: ecco, queste sono le più grandi cose che può darmi il mio lavoro. Per me è un impegno etico e sociale. Poi ho anche avuto la fortuna di avere un compagno di vita e di lavoro come Roberto Sturno: la nostra compagnia, fondata nel 1981, è la più longeva compagnia formata da due attori che hanno l’impegno di portare la qualità e non la mediocrità che oggi impera e di cui, purtroppo, a volte il pubblico si accontenta.»

Tanti personaggi, tante storie, cosa manca da fare al grande Glauco Mauri?

«Vorrei poter “rifare” Re Lear: ne ho fatto già due allestimenti, ma mi sono sempre sentito al di sotto del personaggio, mentre ora, l’età è quella giusta, con tanta esperienza nel cuore. Nel mio lavoro ho sempre cercato di puntare sull’uomo, anche cose allegre, ma sempre sulla mescolanza di luci ed ombre dell’uomo: come diceva Beckett “non c’è nulla di più comico dell’infelicità”.»

Che cosa vedremo in scena sabato?

«Questo spettacolo mi venne in mente leggendo le favole di Lessing: c’era la storia di un pastore che chiede ad un usignolo di cantare, ma lui gli risponde che ha ne ha perso la voglia perché le rane gracidano troppo forte. Ecco, siamo circondati da tanto gracidare, da tanta banalità: il nostro usignolo sarà Shakespeare.»

Ingresso libero

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