Medea per strada: quando il mito si fonde con la realtà

È incredibile come, nonostante siano passati dei giorni, uno spettacolo abbia il potere di rimanerti “dentro”: forse perché ha toccato corde profonde, di sensibile appartenenza ad un mondo femminile e sociale così vessato e spesso trascurato, avvolto nell’indifferenza.

“Medea per strada” supera i confini dei canoni dello spettacolo tradizionale e si insinua nelle pieghe emotive più nascoste: Elena Cotugno diventa un’amica, una persona da ascoltare e con cui condividere gioia e dolori di una Società irrispettosa della condizione umana.

7 persone/spettatori salgono su un furgoncino e pochi minuti dopo sale una ragazza, una donna, dai modi bruschi, ma al tempo stesso gentili. Ha voglia di parlare e di raccontare: inizia condividendo frasi e affermazioni banali, simili a quelle che si possono scambiare in un tragitto in ascensore con uno sconosciuto, e riesce perfino a farti cantare, ma il suo sguardo, la sua loquacità, tradiscono fin da subito un dolore profondo.
Siamo spettatori di un mondo che non riconosciamo, che vediamo dal di fuori e che difficilmente tocca la nostra quotidianità come dovrebbe: il mondo dello sfruttamento, dell’illusione d’amore che si trasforma in schiavitù sessuale. Lo leggiamo, distrattamente, sui giornali, ma Medea per strada ce lo sbatte in faccia, con una potenza e un impatto travolgenti, con l’empatia di una straordinaria attrice.

Siamo 7 spettatori e la condizione di intima condivisione fa presto breccia nel cuore, nella testa e nella pancia di ognuno di noi.
Benché Pesaro non abbia strade ufficialmente riconosciute come luoghi di prostituzione, il viaggio si fa presto sempre più “scomodo” e non solo fisicamente. Ascoltiamo il racconto, viviamo e condividiamo una storia sempre più “pesante” dal punto di vista umano. Una storia che sa di sfruttamento, di umiliazione, di speranze uccise e mortificate da una realtà cruda e spietata. Mutandine volano via come sassi, come pugni allo stomaco, in un gesto che evoca una violenza dirompente, priva di finzione.

La barriera si rompe: sai che è uno spettacolo, sai che Elena sta recitando, eppure non riesci a staccarti dai suoi occhi e vieni avvolto dal suo lacerante dolore. Più di una volta giri lo sguardo, non vuoi che gli altri vedano la tua commozione, ma se, per caso, incroci i loro volti ti accorgi che stanno come te e allora capisci che qui non si scherza, che il teatro è vita, realtà inequivocabile e non puoi restarne indifferente.

Personalmente, ho ancora i brividi: quando racconto di questa “esperienza”, le emozioni provate mi tornano a trovare, si spandono per tutto il corpo, come il disagio verso l’indifferenza che ognuno di noi ha per chi soffre, spesso in silenzio. Non intendo rivelare ciò che accade su quel pulmino: consiglio di passarci, di fare di tutto per non perdere l’occasione di vedere uno spettacolo che …non è uno spettacolo, ma un’esperienza profonda che scava nella propria coscienza.
La storia di Medea, del mito di Medea, si allinea e si fonde con naturale simbiosi. E quando scivola via la maschera, davanti a noi rimane una purezza irrimediabilmente violata.

Si scende diversi da quel furgoncino, posso assicurarlo, ma non è solo questo il punto: la vera magia è essere stati catapultati davanti ad uno specchio, in un viaggio dove si perdono i riferimenti tra realtà e finzione e si è costretti a fare i conti con le nostre percezioni e, per molti di noi, potrebbe cambiare, mi auguro, il modo di osservare ciò che ci circonda.

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