memorabile primo week-end con HangartFest 2018

La danza protagonista in città con ben 4 spettacoli in un primo week-end “di fuoco” grazie ad HangartFest in una formula che da qui ai primi di ottobre proporrà uno sguardo quasi a 360° sulla danza contemporanea nazionale ed internazionale.

Si è partiti dal cuore di Pesaro, in una performance site specific in uno dei luoghi più affascinanti di Pesaro, lo Scalone Vanvitelliano, avvolto dalle parole, dalla musica, dal canto e dai movimenti delle ballerine, tutti interpreti di MALINA, tratto da Paesaggio con ossa della poetessa pesarese Lella De Marchi. Un luogo vissuto in tutta la sua perpendicolarità, per esplorare il disagio dell’emarginazione, ma anche il sentimento femminile più nascosto e intimo. La voce dell’autrice racconta i frammenti di una vita ai margini, di una fanciulla indifesa e vittima dei propri errori, penetrando in un sentire intenso, fatto di morbosi e controversi filamenti legati alla solitudine. Un “paesaggio” sconosciuto che ci invita ad interrogarci in una prospettiva dolorosa, con 4 danzatrici che si muovono in una struttura senza vie di fuga come lo Scalone che finisce nel nulla. La De Marchi, il canto di Dona Ruy e la musica del polistrumentista GGG Tartaglia, creano poetici equilibri di percezione aprendo porte ancora più profonde e privando lo spettatore dell’equilibrio conosciuto, di un’esistenza al sicuro, per proiettarlo sull’orlo di un baratro che assorbe e muove la luce delle tenebre.
(Malina sarà replicato il 21 settembre alle ore 18 e alle ore 21 sempre allo Scalone Vanvitelliano).

 

Debutto assoluto anche per CONCETTI SFUMATI AI BORDI, il primo dei 3 lavori (in co-produzione per 3 anni) in programma al Festival di Marta Bevilacqua, la coreografa laureata in filosofia, che esplora il concetto dello “spazio tra le cose”. In scena due poltrone, due poltroncine e un Theremin (l’unico strumento musicale che si suona senza toccarlo). Il fascino del vago, quando potevano accadere un sacco di cose che non sono accadute, si prende cura del vuoto tra le forme più che le forme stesse, nelle innumerevoli sfumature date dalla nostra presenza nello spazio tempo. Amore, tenerezza, rivalità: le due figure (Marta e Valentina Saggin) si muovono ai confini tra reale e irreale, tra inconscio e relazione, sono bambole, amanti, mamma e figlia, sorelle, ma sono soprattutto due identità che ci assomigliano, chiuse nello spazio tempo della vita, mentre ritmano il tempo scandendo numeri, infiniti, in una dimensione quotidiana ed extra-quotidiana che si miscela in un suono esistenziale. Dalla Terra desolata di Eliot (poeta caro a Marta) ai “consigli inutili” di Malerba, passando per il “Pianeta Azzurro” di Piavoli e il Peer Gynt di Ibsen musicato da Grieg, fino alla “ricerca della comodità di una poltrona scomoda” di Munari (divertentissima e ironica provocazione al mondo del design): il gioco è complesso, ma unisce momenti ironici a uno sguardo interiore profondo e condiviso rimanendo legato alle emozioni che viaggiano e si fanno spazio tra le cose.

 

Nello spazio aperto della città LE MURA di Arearea ha coinvolto ed emozionato tra il cortile di Palazzo Toschi Mosca e la piazzetta omonima davanti ai Musei Civici: uno spettacolo collaudatissimo dalla compagnia di Udine che si plasma in ogni spazio con 10 danzatori compreso il coreografo, Roberto Cecconi, in una scenografia dell’agire quotidiano. Energia pura che esplode in ogni momento, mentre si viene travolti e coinvolti da un turbinio di emozioni create dal contatto con l’ambiente, ribaltato nei concetti urbani, in una creazione che incanala sentimenti e relazioni e che continuamente sorprende, sia per la magistrale interpretazione che per la precisione millimetrica di ogni movimento. Rituali rassicuranti determinano ogni azione, protezione di un ignoto nei limiti definiti di un labirinto urbano.

 

Il primo week-end di HangartFest si è concluso con la prima nazionale di ALL’ARRABBIATA presentato dalla Sderot Adama Dance Company diretta da Liat Dror e Nir Ben Gal, sulle coreografie di Liat Dror. “Una danza che nasce in cucina”, come ha sottolineato scherzosamente Nir Ben Gal, atta a significare che si può danzare davvero ovunque. È nota infatti l’allergia della storica compagnia a tutte le forme di contestualizzazione dell’arte nei luoghi deputati, tanto che per lunghissimi anni, la compagnia israeliana ha trovato luogo ideale per la creazione nel deserto ed ora, da due anni, si trovano invece a Sderot, ai confini della striscia di Gaza. Indagare luoghi sconosciuti, sia fisici che mentali, è sempre stato l’obiettivo di Liat Dror e Nir Ben Gal: da Tel Aviv al deserto, dal deserto al clima di tensione della striscia di Gaza, le emozioni vengono da loro vissute in modo profondo, atte a indagare le reazioni del corpo e della mente nell’ambiente. Da qui la metamorfosi, il movimento e la trasformazione si fondono in un passaggio prima interno e poi esterno a sé stessi che allo stesso tempo si interconnette con il doppio valore del movimento astratto e concreto che crea un fluire fluido dei corpi dei danzatori in perfetta sintonia tra loro.

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