Nikkè: Hip hop e psicologia

Ancora una interessante incursione nella musica contemporanea: Playlist, in collaborazione con Periferica, ospita, venerdì 31 maggio alle 21 alla Chiesa dell’Annunziata di Pesaro, la seconda serata Hip Hop Tales. Sul palco l’hip hop e il mondo della psicologia di Nikkè, cantautore con un passato nell’hardcore punk e un presente condiviso insieme ai grandi della musica reggae italiana e internazionale. Classe 1989, Nikkè, Niccolò Venturini all’anagrafe, è reduce dal successo del suo album “Tutti i me” che sa di hip-hop con influenze reggae, jungle, funky, punk e pop-cantautorale e che affronta un curioso percorso nelle emozioni tradotte in parole e musiche differenti.

Come e quando è nata la passione per la musica?

«Sicuramente dall’influenza del nonno materno, un grande appassionato, che mi ha fatto ascoltare tanta musica, dalle canzoni popolari alla classica. Alle scuole medie ho iniziato a suonare la chitarra e alle scuole superiori ho fondato il mio primo gruppo (i Punklastite, band punk-rock/hardcore melodico ndr) con il quale sono andato avanti per 5/6 anni. A 15 anni ho scritto le mie prime due canzoni».

Miti di riferimento?

«All’inizio il punk italiano, ma anche tantissimo punk americano: erano gli anni che questi gruppi andavano molto su MTV. Questo è stato il mio back ground fino ai 20/22 anni, quando ho iniziato a suonare il basso in un gruppo molto più hardcore.

E ora hip hop e reggae, ma anche melodia e rap?

«Sì, dalle ceneri di questi 2 progetti ho proseguito e sono rimasto solo, senza suonare con altri gruppi, anche per studiare all’Università, ma ho continuato a scrivere molte canzoni fino a questo album. Essendo da solo è uscito fuori un nuovo stile, anche a livello linguistico: ho sperimentato la metrica rap. Con la musica ho poi deciso di “giocare” il più possibile: dalla chitarra distorta al violino, a seconda delle emozioni…».

E qui arriva la psicologia: come si sposa con la tua musica?

«Tutto è partito dalla funzione che ha avuto la scrittura sulla mia integrità, quindi, ricercando nella psicologia queste funzioni, sono arrivato alla musicoterapia che parla proprio di quanto faccia bene suonare e scrivere parole. Una forma di introspezione che serve molto per analizzare sé stessi».

Infatti questo album traccia un percorso emotivo?

«Ho voluto concentrarmi sulla semplicità delle emozioni, per riportare la musica sul piano emotivo e non verso generi musicali o etichette. Un percorso catartico, dal negativo al positivo come un percorso di elaborazione…».

C’è abbastanza spazio per i giovani cantautori? Come promuovere e crearne di più?

Purtroppo credo che ci sia molta difficoltà a farsi conoscere oggi, molto più di diverso tempo fa. Esistono festival che si adeguano ai giovani, ma spesso girano sempre quelli e a volte sono solo meteore. Per me è tutto nuovo, ma ho l’impressione che sia sempre più necessario allargare il campo delle competenze».

Cosa ascolteremo a Pesaro?

«Sarà un concerto in acustico, con il 90% delle canzoni dell’album, ma inserirò anche un paio di inediti per anticipare il progetto futuro».

 

 

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