Nuova linfa vitale a Mistero Buffo

Affrontare Mistero Buffo non è da tutti e, soprattutto, non è per tutti, ma Matthias Martelli, riesce a restituire alla grande e geniale drammaturgia di Dario Fo, una nuova linfa vitale.
Negli anni ’70 Mistero Buffo creò scompiglio: blasfemo a detta dei benpensanti, irriverente e, sostanzialmente, “comunista”: uno shock se si pensa che era anche il tempo in cui si credeva che i comunisti mangiassero i bambini…
Modello di una nuova generazione di narratori, l’insieme di grammelot, la lingua inventata da Fo che miscela linguaggi e dialetti, fortemente onomatopeica, unito ad una mimica spettacolare che richiede l’utilizzo di tutto il corpo e di una gestualità studiata al millimetro, pare impossibile da fare “indossare” ad un altro interprete, sia per il rischio, più banale, di imitazione, che per la difficoltà.
Le radici del Mistero Buffo vengono dalla tradizione popolare, tanto cara al suo autore, nel racconto medievale, nella giullarata: Fo riesce a ribaltare il punto di vista dello spettatore, raccontando episodi “sacri”, tratti dai vangeli apocrifi, per una satira anti-clericale che richiamò, all’epoca, subito allo scandalo.
Eppure Jesus è un rappresentante del popolo, è personaggio curioso che ben si presta al racconto proprio per la sua notorietà e le novelle del Mistero Buffo non sono affatto irriverenti come una lettura superficiale poteva far credere.

Matthias Martelli, diretto dalla sapiente mano di Eugenio Allegri, maestro della Commedia dell’Arte, si veste di nero, come l’autore, e si tuffa con anima e corpo in questo classico senza tempo per farlo rivivere in maniera fedele, ma attraversandolo con la sua ricca personalità: ridona valore alla parola, pur in quella lingua “strana”, e fisicità ai personaggi, grazie ad una mimica straordinaria, in un mix esplosivo.
Anche nel precedente Mercante di monologhi, Martelli aveva già dato prova di duttilità espressiva e grande affabulazione, forse perché già affascinato dalla grande opera di Fo fin da bambino, ma in questo caso supera sé stesso, facendo suo ogni gesto, ogni espressione, ogni parola.
Ogni novella è imprescindibilmente legata all’insieme di suoni, versi, parole o canto che si fondono con una gestualità mai casuale e calibrata in un’armonia totale di corpo e voce: Matthias cattura l’attenzione dall’inizio alla fine, coinvolge e diverte, non mancando di mantenere uno sguardo sull’attualità con qualche frecciatina politica. Molti gli applausi a scena aperta, che non fanno che confermare la sua bravura, soprattutto se provengono da un pubblico eterogeneo, composto sia da chi ascolta il racconto per la prima volta, che da quelli che hanno avuto la fortuna di vedere la versione originale. Ed è un vero peccato che Dario Fo non abbia potuto assistere a questa nuova messinscena del suo capolavoro: si sarebbe, per dirla alla Martelli, “scapottato” dalle risate.

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